Patrimonio: Roth, la tazza da barba e la lista

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Philip Roth non è fra i miei autori preferiti. Ho sempre letto i suoi libri ripetendomi -è irritante – ma non sono mai riuscita a distaccarmene prima di essere giunta alla fine, e così è stato anche con “Patrimonio”.
Leggere Roth è un po’ come innamorarsi del tipo sbagliato, quello che ti fa soffrire, che spegne il telefono e sparisce per giorni, quello che ti tratta male e non sa dirti scusa, eppure tu sei lì ad accoglierlo ogni volta che ritorna e alla sua sfrontatezza non sai che opporre timidi balbettii. In qualche modo lo ami  e lo cerchi e non sai spiegarti perché.
La sua scrittura per me trasuda la sicurezza e la prepotenza di chi sa di avere un incontestabile posto nell’Olimpo della letteratura americana e mondiale. Roth lo afferma in ogni parola, e non concede nulla al lettore, anzi la mia sensazione è che sia uno dei pochi scrittori che non scrive per chi legge, ma per sezionare se stesso e lascia libero il lettore di misurarsi o meno nel suo riflesso.
La sua scrittura è l’obitorio in cui fa la continua autopsia di se stesso. Non indulge, non è pietoso, procede con sistematicità scientifica, spolpa l’amore, scarnifica le passioni , fino a togliere ogni sentimento per arrivare all’osso della vita così com’è.
Così è in “Patrimonio”.
Qui Roth mette sotto la fredda luce della sua scrittura il vecchio padre, la sua malattia, la sua morte, e la difficoltà di mantenere salde e incorrotte quelle posizioni “di retta e distesa Verticalità!” che sembrava dovessero rimanere immutate, stabili e forti come quando con il padre e il fratello Sandy formavano “la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità”.
Roth scrive osservando il padre malato mettendolo su un vetrino. Lui, occhio gigantesco che lo abbraccia quasi in modo goffo, quasi incapace di accettarne la maschile tenerezza che gli procura il guardarlo ora, mentre si avvia alla fine.
Roth raccoglie ogni cosa, ogni traccia, ogni cambiamento e lo registra fino a farlo aderire al suo nuovo ruolo di figlio che all’improvviso deve assistere al decadimento fisico del padre e sostituire all’immagine di uomo forte la figura del vecchio. Si ritrova a detergere il suo affetto da ogni asperità, lo accetta nella razionalità che la malattia gli impone di avere per poterla affrontare, lo accorda alla tenacia con cui il vecchio padre non si scrolla di dosso il passato, e i luoghi e le persone con cui lo ha condiviso e intrecciato, così come con uguale lucida estraneità si libera degli oggetti, materia che diventa inutile al franare del suo corpo, dei suoi sensi.
Roth racchiude se stesso, il padre e la malattia in una bolla, un microcosmo da vivere in ogni suo spazio, in ogni suo attimo in apnea e nella sua crudezza, ma anche nella fragile tenerezza dei nuovi contatti, dei nuovi sguardi a quella carne cadente, alla sua nudità mortificata, ai muscoli svuotati e molli, ai lineamenti devastati dal male che sembrano sciogliersi come cera tanto da sembrare sul punto di svanire.
Ma Roth anche in questo libro così intimo non cede al pietismo. Ci narra tutto. Ci parlerà del cibo che cola dalla bocca deformata, degli abiti macchiati, non ci risparmierà perfino la puzza di merda che opprimerà la stanza da bagno. La sua scrittura percorre e graffia gli ultimi giorni di vita del padre, correggendo però la traiettoria del tempo in cui uno era padre e l’altro figlio immersi in una distanza di ruoli e di significati da raccattare ora, qui e là, in pochi gesti che restano e nei mille ricordi che si affollano.
Eccolo allora aggrapparsi alla tazza da barba appartenuta al padre e prima di lui al padre di suo padre. Volerla per sé significa poter continuare a tenere teso il filo delle generazioni, tenerne uniti i ricordi. È solo una stupida tazza da barba, ma ora la desidera, la pretende perché in essa è scandita la perfezione dei risvegli, la cura verso il lavoro, le regole della vita in una Newark ancora ferma giovane e vivida nella mente del padre.
E poi la forza, la forza e la caparbietà del vecchio nel voler essere fino in fondo gestore della propria vita, tutta intera sia essa nel suo corpo sfiancato che nel suo male. La lista con le domande da rivolgere ai medici ne diventa il manifesto. Quando Roth descriverà nel libro la compostezza con cui il padre tira fuori dalla tasca la lista e una dopo l’altra attende le risposte precise alle sue domande, dirà di aver pensato – Voglio questa lista. La lista e la tazza da barba basteranno-
È in questa frase, così rigida, cinica, asettica, così “rothiana” che tutto l’amore per il padre prorompe. Come se su quel foglio, in quella tazza fosse custodita la vita e la morte strette in una trama in cui si rimane padri dei propri figli e figli dei propri padri per sempre.

Philip Roth- Patrimonio-  Einaudi

http://www.ibs.it/code/9788806190804/roth-philip/patrimonio-una-storia.html

 

4 pensieri riguardo “Patrimonio: Roth, la tazza da barba e la lista”

  1. Condivito molto di quello che hai scritto. Quasi tutto. In particolare la sensazione di “irritante dipendenza” che la scrittura di Roth impone. Non ci avevo mai pensato, ma le tue parole hanno acceso in me la stessa sensazione.

    Non ho ancora finito “Patrimonio” ma mi manca poco e già penso a quando, tra qualche giorno, ne avrò una leggera nostalgia. Il rapporto tra padre e figlio incardinato nell’infinita catena che questo realizza è analizzato in modo così profondo che per la prima volta nella mia vita in questi giorni ho avuto un timido desiderio di paternità…

    Paolo

  2. La lettura di un libro è sempre un’azione estremamente personale e sulle sensazioni che se ne ricavano influiscono molti fattori, dunque mi fa piacere che tu condivida la mia lettura che è anche una somma in forma di piccolo appunto di quanto ho letto di Roth.
    Capita di leggere buoni libri, libri che si leggono volentieri, ma è quando si prova quella “mancanza” una volta giunti alla fine che ci si rende conto di avere avuto da quel libro, quella scrittura, quello scrittore, qualcosa in più, qualcosa che resta.

    a rileggerti.
    grazie paolo

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