Il colore “Sud”

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Prima di allora non l’avevo mai visto. Sud era terra, la mia terra. Era il paesino dove vivevo, le gradinate del campetto dove mi perdevo in chiacchiere dopo la partita di basket, era il mare in burrasca che mordeva la roccia e scrostava l’intonaco delle case, era l’abbandono dell’inverno, era l’irrequietezza della marina, era essere e non essere nella stessa misura, sud era qualcosa da cambiare e qualcosa da salvare, sud spesso era distanza, un senso di oblio e l’accanimento della speranza.
Che sud fosse un colore lo appresi allora, quando dovetti allegare il mio certificato di vaccinazione ai moduli d’iscrizione universitaria. A Napoli e dintorni in quegli anni era esploso il colera. COLERA. Roba da terzo mondo. Sud appunto. L’obbligo per chiunque provenisse da quelle zone era aver eseguito la profilassi che l’epidemia richiedeva e circoscriverne il dilagare.
Non ho mai trovato una qualsiasi giustificazione anche al più etereo sentimento razzista, ma allora nel consegnare tutte le scartoffie, quando risuonò la voce dell’impiegata di segreteria – bene, il suo certificato di vaccinazione c’è – seppur in misura minima avvertii il sentimento di chi lo subiva suo malgrado da centinaia di anni. Fu come se dentro mi fosse cresciuto all’improvviso un colore duro come un osso, e faceva male.
Il colore sud era un certificato che bisogna portare in tasca.
A Zurigo ci arrivai un giorno di settembre. Di lì sarebbe partito il mio aereo per Lima. Il mio primo viaggio oltreoceano. Ero elettrizzata. La città mi sembrò l’illustrazione di un libro di lettura delle elementari. Perfetta. Turgida nei balconcini che straripavano di gerani. Senza sbavature. Fra l’asfalto grigio e il bianco delle strisce pedonali una rigida linea retta. Discreta. Tanto da sembrare senza suoni. Quando entrai con la mia amica peruviana in un’edicola per un’informazione fummo scacciate in malomodo – no capire…no italiano…no capire -.
Il colore sud a Zurigo era biancorossoverde.
A Milano le prime volte c’andai con mio padre. Era sempre inverno e faceva freddo. Io guardavo le vetrine come si guardano i fuochi d’artificio, col naso in su e la bocca aperta, pochi giorni e poi tutto sarebbe svanito nell’interminabile viaggio in treno, mio padre aveva paura dell’aereo e io ero costretta a seguirlo di malavoglia. I vagoni quando tornavamo a casa stranamente mano a mano che si svuotavano diventavano sempre più silenziosi. C’era un odore di fallimento che seccava la gola.
Mio padre per andare in fiera metteva la giacca. Di solito non la indossava. Ma a Milano sì. Come se la sua onestà non bastasse come garanzia e dovesse mimetizzarsi per dare credito alla sua immagine.
Io ridevo di quella giacca. Sempre la stessa. E lui negli anni spesso continuò a metterla solo per stare al gioco. Una delle ultime volte che l’accompagnai girammo a lungo fra gli stands. La fiera era diventata un gigante. Era difficile perfino orientarsi e ancor più decidersi sugli acquisti.
Alla fine ci trovammo d’accordo su una scelta. Le formalità d’acquisto erano una routine. Nome della ditta. Modalità di pagamento. Indirizzo. INDIRIZZO. – ecco, ci spiace, ma allora devo chiederle di pagare in anticipo e in contanti, sa dobbiamo tutelarci. –
Il colore sud era un solvente che divora le giacche.
A Parigi ci ritornai una volta. Una pausa dal tran- tran della casa, dei bambini. Ah Paris!! L’albergo lo scegliemmo di categoria lusso. Era già sera quando arrivammo e dovevamo fare in fretta. Il tempo di una doccia e poi via, a cena a casa di amici.
La mezzanotte era passata già da un po’ quando rientrammo. La hall però sembrava ferma sempre alla stessa ora. La boiserie dorata, gli immensi lampadari di cristallo la illuminavano come se fosse mezzogiorno. Ah Paris!!
In camera la mia valigia era sul letto dove l’avevo lasciata , solo che nell’aprirla mi accorsi che mi era stata rubata quasi ogni cosa.
Impiegammo qualche ora a fare la denuncia. Gran parte del tempo lo presero le lunghe occhiate con cui ci guardavano al commissariato, come se a loro fosse chiaro ciò che a noi di tutta quella brutta faccenda sfuggiva. Cioè che quello era solo un sotterfugio per non dover pagare il conto.
Il colore sud a Parigi era “les napolitains, tutti imbroglioni e ladri”.
Sud, ora lo so, è un non colore che tinge la pelle dal di dentro e te ne accorgi a poco a poco. Col passare del tempo ne metti su altri, ma nel bene e nel male, vuoi o non vuoi sarà il tuo colore. Il mio colore.
Io non lo rinnego, anzi continuo ad amarlo. Come si ama un animale selvatico a cui si deve concedere fiducia e pazienza per ricevere lo stesso amore in cambio.
Oggi sud sembra essere diventato un colore che va in fumo, una foresta vergine che però brucia già da generazioni.
Quanti sono stati a guardare? Chi si è scaldato le mani, e continua a farlo, mentre si riduceva in cenere?
Nessuno risponde di solito. E chi lo fa dà la colpa a quel colore osseo che ci portiamo dentro da sempre e che incista le nostre vite e poi le incancrenisce. Non v’è cura. E scuotono la testa.
Eppure io vivo qui, dove sud è un caleidoscopio di colori, dove l’asprezza della natura ha tenuto a bada delinquenza e camorra. Dovrei gridare che sud è anche questo, invece no. So che quel bubbone d’immondizia è solo la manifestazione di un male più profondo che ci coinvolge tutti, e che qui dove io vivo è solo un make-up ben riuscito. Ma con lo stesso accanimento di questo male che non accenna a sradicarsi continuo a credere che di quel colore sud bisognerebbe ammalarsi tutti, farselo entrare dentro e tenerselo stretto, dargli finalmente un posto fra i colori primari e necessari, invece di lavarsene ancora una volta le mani per paura d’infettarsi.

6 pensieri riguardo “Il colore “Sud””

  1. già perchè. basta solo che non si trasformi in un maleficio.
    mi ha fatto piacere che tu abbia letto.
    grazie.
    lisa

    p.s molto bello il video. ne aspetto le parole. luce e acqua sono elementi che si legano bene ai tuoi testi.

  2. state scrivendo cose bellissime, meridionalacci che non siete altro.
    e io, che arrivo da altri blog, con giri larghi, mi commuovo molto.
    (meridionalaccia anche io, ovviamente, terrorizzata dall’oleografia e dalla polemica sterile)

  3. grazie per quello che dici…soprattutto meridionalacci che mi piace un sacco.
    sì è importante che il sud non resti uno stereotipo.
    ciao
    lisa

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