Terrae Motus

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“Terremoto”, questo il titolo di un post firmato da Franco Arminio su Nazione Indiana nel giorno in cui ricorreva il ventisettesimo anniversario di quell’evento devastante che colpì una vasta area del Sud-Italia. Lo leggo perché io il terremoto l’ho vissuto, non nello strazio dei crolli, dei corpi schiacciati e bianchi di polvere, o nelle travi spezzate, nella devastazione di un paesaggio-culla, ma l’ho vissuto nella torbida oscurità della paura, in questo nemico che ti colpisce all’improvviso nella tua casa, fra le tue cose, e le scuote con violenza, e tu dentro come un pendaglio in un sonaglio fra le mani di un gigante, nella consapevolezza che niente ti appartiene, neanche quella vita che credi di avere.
Lo leggo anche se i miei luoghi tremarono ma le case rimasero salde, e Santomenna, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni sono nomi a cui ci legammo solo guardando i telegiornali quando rientrammo nelle nostre case, e la cui sorte evaporò mano a mano che il terremoto smise di fare notizia.
Questo è il Sud. Un ciclo dell’acqua, in cui i paesi appaiono come un temporale d’aprile e scompaiono come vapore acqueo. Scorrono e nessuno in fondo sembra farci caso.
La scrittura di Franco Arminio è sempre pregna di una valenza che mira al sociale, alla denuncia, ma è anche dolcemente dolente, struggente come può essere la scrittura di qualcuno che vive un amore, in questo caso verso una terra, impossibile, un amore da cui si è traditi e abbandonati continuamente.
Arminio parla di luoghi morenti dove lo sciacallaggio inizia ben prima che giunga la morte, luoghi, un Sud, dove il passato si rinnova di generazione in generazione, ma solo nella sua forma tumorale e maligna.
È uno scrittore di fotogrammi. Questi scorrono lenti, la visione delle cose appare minuziosamente lucida, e gli eventi inevitabili. Lui scrivendo sembra voler fermare la fugacità della loro bellezza ma allo stesso tempo la lascia andare come se la spinta di quell’amore non possa essere mai abbastanza per trattenerla. Allora paradossalmente questo suo amore sembra dirigerlo non ad un sentimento di ribellione bensì verso uno straniamento, un’attesa che tutto si compia definitivamente.
Ma seppure non possa non condividere con Arminio l’amara verità dei fatti, la limpidezza delle sue analisi, ogni volta mi prende la voglia di reagire con forza, con violenza, scuotergli le spalle, battere i piedi in terra, provocare intorno a lui un piccolo terremoto di speranza.
Speranza.
Ed è questo il sentimento che invece ho provato pochi giorni prima di leggere il post di Arminio nel visitare la mostra allestita presso la Fondazione Mazzotta a Milano: “Warhol-Beuys: Omaggio a Lucio Amelio”.
Il progetto “Terrae Motus” nacque proprio dalla tenacia con cui Amelio volle aggrapparsi alla speranza. Lo fece nell’unico modo che sapeva: attraverso la cultura, affiancando ai moti devastanti della terra i sussulti rigeneranti dell’arte.
L’immagine come la parola messa al servizio di una volontà di denuncia ma anche di rinascita.
È domenica, così come era domenica quel 23 novembre di ventisette anni fa, e fa freddo che viene voglia solo di starsene chiusi in casa a bere un tè, lasciarsi la città alle spalle già prima di ripartire e ritornare al Sud. Alla mia terra.
Ma basta uscire e poi la metro m’ingoia, mi risucchia nel suo alito caldo e in un attimo sono a pochi passi dall’ingresso della Fondazione.
La faccia di Beuys ritratta da Warhol mi accoglie. Ha uno sguardo di sfida – la rivoluzione siamo noi-il cappello ben calzato sulla testa, la bocca in cui si legge tutta la provocazione, la stessa che ritrovo nella sua istallazione “Terremoto in palazzo”
é tutta lì la precarietà in cui Napoli e la Campania viveva in quel momento, con i suoi vetri rotti, gli equilibri instabili. Una verità nuda di orpelli di un popolo che non ha niente e ha perso tutto, è lì che bisogna fermarsi a riflettere, su una verità per cui chi deve far qualcosa deve farlo in fretta, oggi come allora.
“Fate Presto” urla Warhol ingigantendo la prima pagina de “il Mattino” in tre enormi pannelli che mano a mano nella successione sembrano svanire. È il tempo che fa sbiadire ogni cosa e le sommerge. “Fate Presto” è il desiderio che il terremoto non venga dimenticato e allo stesso tempo che, chi l’ha vissuto con i morti, con i cieli per soffitto, possa dimenticarlo. “Fate Presto” è il monito che deve ricordare che dove sono i morti resta anche la vita dei vivi.
Resto affascinata dalla potenza di questo semplice messaggio amplificato dalle dimensioni e dalla ripetizione di quel grido di aiuto.
Ma sono alcuni quadri della serie “Vesuvius” a magnetizzare la mia attenzione. Conosco quest’immagine per averla vista su qualche libro, oltre al fatto che segue i contorni familiari di quella raffigurazione classica con cui s’identifica Napoli e la sua gente: il Vesuvio.
Ma quel genio di Warhol è voluto andare oltre, perché se il terremoto con la sua forza dirompente aveva vomitato il Male che, con le sue manchevolezze, l’oblio delle istituzioni incancreniva questa nostra terra già prima che il sisma lo portasse in superficie, ha voluto però anche ricordarne l’enorme energia che in quelle stesse viscere aspetta di erompere. Guardo un Vesuvio che esce dal suo stato di quiescenza per scuotere la coscienza di un popolo e quella di chi lo ignora.
Resto a lungo ad osservarne i colori delle tele, lo zigzagare delle linee fluorescenti, il vibrare della materia, un motus terrae che sembra liberare dalla spessa crosta che immobilizza in un non futuro. Warhol è come se avesse toccato l’anima di questa terra con più amore di chi come noi la vive e la uccide con l’indifferenza. Il suo sguardo la estrae dalla staticità di un destino e la sua accettazione e la mette in movimento.
Il suo Vesuvio pompa vita e speranza. Erutta magma. Ed è ossigeno e sangue.
Ma sono molti gli artisti presentati alla mostra, tanti per nominarli tutti, come molti furono gli artisti che accorsero all’appello di Lucio Amelio per dar vita al progetto “Terrae Motus” con la stessa voglia di ricostruire, scavalcando anche chi da quella distruzione non ha mai voluto che Napoli, la Campania, il Sud ne uscissero.
Oltre le tele che oggi testimoniano quello straordinario evento, sono esposte anche alcune foto di quel momento di coesione fra l’arte e una terra messa ancora una volta in ginocchio, foto alcune che, nei sorrisi, nelle tavolate allegre, sembrano lontane dalle briciole di case sparse nelle strade e dai corpi senza vita, foto forse in cui chi doveva esserci è assente, eppure foto che hanno il sapore di un vino che fermenta nelle botti, foto che con le tele lasciano credere che ci si possa ancora scrollare di dosso secoli di calcinacci e guarire dal Male che ci soffoca.
E dopo due ore e mezzo passate in apnea, esco con la gran voglia che questo possa accadere.

http://www.mazzotta.it/fondazione/index.htm

2 pensieri riguardo “Terrae Motus”

  1. sì. è da vedere. da non perdere per chi vive a Milano e dintorni.
    grazie della visita qui.
    lisa

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