A remark you made

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Sono molto felice dei commenti fatti a “Day Dream”. Credo che esprimere dubbi o perplessità sia fondamentale affinché tutto non diventi uno sguardo piatto con cui si finisce col non guardarsi a vicenda.
L’idea di scrivere ( tentare di scrivere) “Le Stanze Invisibili” nasce dall’essermi resa conto che quest’idea ( inconsapevole) era già nella mia scelta delle immagini che accompagnavano i miei testi, nonché da una recente lettura di un libro di Mark Strand in cui il poeta “legge” i quadri di Edward Hopper. ( Edward Hopper – un poeta legge un pittore-Donzelli Editore)
Qualche tempo fa io e Paola Lovisolo, seppure ignorando all’epoca questo libro, ma con lo stesso desiderio di seguire la permeabilità che c’è fra le varie espressioni artistiche, avevamo legato Hopper e Strand in un piccolo articolo apparso in Bombasicilia.
Quindi sull’onda di questi minuscoli segnali sparsi nel tempo ho deciso di concretizzarli ( spero) in una sola forma, quella delle “stanze invisibili”.
Conoscevo alcuni quadri di Wyeth perché il suo nome è spesso legato a quello forse più famoso di Hopper. In entrambi aleggia la stessa solitudine, lo stesso silenzio seppure in contesti diversi : i desolanti paesaggi eretti dall’uomo in cui l’uomo stesso finisce col perdersi quelli di Hopper, la natura aspra, arida, severa che fa da scenario ai dipinti di Wyeth.
Un realismo teso a fissare l’attimo di uno sfondo “esterno” per svelare invece lo smarrimento dell’uomo. Da qui l’importanza della luce sui colori in entrambi i pittori. L’uso che ne fanno infatti rappresenta sia tensione ma anche una direzione in cui si apre una sorta di dialogo fra il silenzio e l’ascolto.
La differenza fra Hopper e Wyeth è proprio nel modo in cui la ricerca di questa chiave salvifica viene raffigurata. Nel primo il mondo esterno sembra incombere con la sua vastità sull’uomo accentuandone il suo senso d’isolamento, di esclusione ma allo stesso tempo dimostra una sorta di generosità offrendo sempre uno spiraglio, un chiarore mirato a sorreggere, a riempire la solitudine. Nei nudi di Hopper, ad esempio, io avverto il calore con cui la luce riveste e si prende cura di quel nostro senso di abbandono.
In Wyeth invece la luce crea un rapporto di solidarietà, in cui l’uomo può riconoscere nella natura la sua stessa solitudine e perciò può condividerla quasi senza avvertirne il peso.
Questo è più evidente nei quadri di Helga. Wyeth ne ha dipinti più di duecento. La modella, Helga, era una vicina di casa del pittore il quale rimase affascinato  da quella indifferente docilità con cui la donna non si opponeva alla propria solitudine, come se questa facesse parte della natura e del vivere stesso.
Ecco allora la semplicità di Helga fare da fulcro ai dipinti. Attraverso il suo volto e il suo corpo, il mondo esterno sembra dilatarsi in una dimensione onirica, quasi fatata in cui la solitudine e il silenzio perdono ogni tensione ma diventano quasi componenti inevitabili.
“Day Dream” è appunto uno di quei quadri.
E a questo punto, dopo questo lungo preambolo, giungo allo scopo di questo scritto che vuole essere un mio ringraziamento a voi, ma anche la ricerca di una risposta da dare a voi e anche a me stessa.
Nella mia interpretazione, ho voluto dare all’occhio che guarda “il sogno ad occhi aperti”. Volevo che desiderasse di essere nel sonno di Helga col suo abbandono nudo nella luce che sembra poggiarsi  su di lei con identico abbandono.
Era mia intenzione dunque trasportare me e chi leggeva in quella dimensione un po’ ovattata, sospesa, quasi da incantesimo, pensarci in una fiaba,  dimenticando per un momento che ciò che stavamo guardando era il nostro desiderio, il nostro “sogno dentro un sogno”.
Ecco forse perché mi sono orientata verso un linguaggio un po’ più “lirico” anche nelle  stesse metafore – sul rumore del vento nel sogno dei boschi- nel tentativo di rendere acquea l’immagine che volevo trasmettere.
Credo che qui, nel linguaggio, ci siano soprattutto delle mancanze, in questa forzatura, che penso però necessaria, verso un lirismo che forse manca solitamente nelle cose che scrivo, oltre ad alcune asperità che devono essere ammorbidite.
Spero di riuscirci…prima o poi.
Grazie per la vostra lettura.

3 pensieri su “A remark you made”

  1. Grazie! Questa con i Weather Report è bellissima. Grazie per il link(corretto). hai unito anche la musica al resto.
    ciao
    lisa

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