Il posto dove vivo adesso

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Il posto dove vivo adesso è quello dove vivevo allora, o quasi.
Mi sono sempre chiesta se gli abiti da sposa siano così ampi e voluminosi, gonfi come mongolfiere per seguire il sogno di librarsi su, in alto, seguendo il desiderio di cambiare luogo, di vivere altri spazi, o guardare con nuovi occhi quegli stessi che ti hanno visto crescere.
Il mio è stato un volo breve, ho sorvolato un breve rettilineo, un castello e tutto era già finito.
I paesi qui sono così vicini da confonderli, e sono così lontani radicati ognuno nella loro fiera identità, nelle tradizioni e nei loro santi venerati come dei o trattati a tu per tu come vecchi amici di famiglia.
I paesi sono semi caduti dalle mani di un dio messi nella pietra. Chiusi in una promessa. Eterni germogli. Li tiene insieme il filo delle loro storie.
Storie di mare, storie di terra strappata a fatica alla dura roccia per farne incredibili giardini.
Sì, in fondo vivo dove vivevo allora.
Allora…ma quando?
Quando crescevo col latte di Lucrezia, un donnone alto e forte che al mattino presto bussava alla mia porta e chissà a quante altre, distribuendo col suo bricchetto di latta, il latte appena munto.
Lei tirava giù la “sporta” e senza che una sola goccia si versasse, lasciava scivolare il latte a nastro nella lattiera, pronto per essere bevuto. Giallastro, schiumoso, denso di panna.
Poi sollevava il fazzoletto a quadri che ricopriva la “sporta” e mostrava, palpeggiandoli ad uno ad uno, pezzi di burro, caciottine e mozzarelle ancora calde, e capivi da dove proveniva l’odore che lei si portava addosso. Odore di mucca, di latte e di sudore.
Penso ad allora, quando ” Rusinella ‘a pazza” ogni tanto usciva per le strade con le sue gonnellone nere e lerce, e se le garbava allargava le gambe e, con la sfrontatezza e l’innocenza della sua vecchia pazzia, faceva i suoi bisogni lì dove si trovava.
Parlo di allora, quando c’erano solo un paio di pizzerie.
I turisti, i villeggianti vi andavano a mangiare la pizza o quei pochi piatti che dalle cucine domestiche erano stati trasferiti sul menù del ristorante: spaghetti con le vongole, baccalà fritto,” fravaglie”. Nomi semplici, scritti a mano magari così come venivano pronunciati nel dialetto.
Noi, i ragazzi di allora, la pizza la mangiavamo sulla spiaggia.
Le portavamo via una sull’altra, avvolte in una carta giallo senape, separate soltanto da sottili cannucce. Alla fine del tragitto non si riusciva più a distinguere quale della pizza fosse il fondo e quale la parte superiore.
Le mangiavamo così, seduti sulla sabbia umida della sera, quando l’oscurità accendeva l’allegria della prima birra, e il sospirare lento del mare avvolgeva la tristezza della prima sigaretta, e le battute fesse e i primi dubbi esistenziali camminavano mano nella mano, tanto che a ripensarci ora viene da sorridere perché sarebbe difficile distinguere le une dagli altri, ma allora…allora c’era tempo e cuore.
E non faceva differenza se nelle ville o sugli yacht c’erano principi o presidenti, pittori o scrittori, noi nella Costiera c’eravamo nati. Eravamo noi i privilegiati, lei era il corpo, noi la sua gente, la sua anima, o forse è questo quello che avremmo voluto essere… dovuto essere.
Ci sono case qui, in cui il presepe è parte dell’arredo.
Piccoli presepi custoditi con cura sotto campane di vetro. C’è tutto.
Le casette, gli animali, i pastori, proprio tutto.
E come in un gioco di scatole cinesi nel magico rincorrersi dell’uno dentro l’altro, ecco che così appare la Costiera Amalfitana anche ora. Un presepe d’altri tempi.
È uno scenario divino e immobile incastonato in un’aria di cristallo. Prigioniero di un quasi incantesimo. Miniature da scoprire a poco a poco, angoli da svelarsi con la pazienza di un rosario.
Eccola, bella e sguaiata, dolce e provocante, chiara e scura. Mai con un solo volto, ma uno per ogni taglio di luce che la riveste, uno per ogni ora del giorno e della notte, e mille e mille per ogni stagione.
Ma il mio forse è solo uno sguardo viziato dai ricordi.
Ho covato odio per questa terra che ancora oggi stenta a lasciare il suo sonno, che si crogiola e si stiracchia con l’indolenza del mare di bonaccia. Mi sono nutrita dell’odio di sentirla dentro, l’odio di vederla così bella tagliata nei colori del vento di tramontana, l’odio che mi tiene rinchiusa fra il limite delle sue aspre colline e la libertà di un mare ingannatore che delle altre terre mi porta l’odore e il desiderio, l’odio per una terra da cui tutti si strappano a fatica e in cui spesso ritornano da estranei, l’odio da cui sono nati versi e anche queste poche righe.
Un odio così grande da poterlo chiamare amore.

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