Wild side

 Andartene al parco ti sembra una buona idea
con una giornata così. La luce del sole ti veste come un tessuto lì
dove l’abito di cotone sottile ti scopre la pelle. Mentre cammini
la strada ti respira dal basso il calore assorbito nelle ore
già trascorse del mattino. Senti che ti sale
lungo le gambe fino alle cosce.
L’umido dell’afa si caramella
al sudore
e gioca col tuo vestito facendolo aderire al corpo in modo strano,
scomposto.
Due strati di velcro uniti male.
Quando arrivi al parco il sole è alto. La luce cade
perpendicolare alle chiome degli alberi
schiacciando larghe zone d’ombra sul terreno. Lì la terra s’abbruna,
l’erba sembra opaca.

La panchina che scegli è esposta al sole,
e come tante altre costeggia il vialetto.
Quando ti siedi il legno dei listelli ti marchia
di un calore intenso la carne.
Poi nel silenzio della controra tiri fuori il tuo libro di poesie
e per un po’ dimentichi che il sole
accende il verde del prato,
dimentichi perfino la città che volteggia lenta
come una piuma nella calura
lì, fuori dai cancelli che delimitano il parco
la città sbiadisce in un miraggio. Leggi.

Non sai quanto tempo sia trascorso.
Sai solo che quando ti guardi intorno gli alberi sono lì,
fermi
in un’ insolente eternità,
le ombre sono avanzate
conquistando altre porzioni di prato,
e non solo quello.
La penombra si è presa anche parte della tua esistenza cacciandola
nell’angolo oscuro della memoria.
La penombra è la misura del tuo tempo,
gli alberi invece contano quello che non avrai.

Ce n’è uno poco lontano. Lì, oltre le tue spalle.
Ora lo cerchi, ne cerchi il buio fresco. Quando ti siedi
appoggi la schiena al suo tronco,
la ruvidità della corteccia è un sollievo.
È come se la tua pelle fosse stanca del tocco levigato della luce.
Stanca
come della mano di un amante che non sa farti più l’amore.
Chiudi gli occhi e assapori con tutti i sensi
quel piacere selvatico.
Aspro.
Quando li riapri è come uscire dalla identità di un luogo.
Denso.
Davanti a te il contorno sfilacciato delle foglie vibra
nell’ombra stesa a terra,
oscilla
si contorce nella brezza
come una coperta di pizzo appesa ad un balcone.
Si svuota e si riempie di luce.
Riapri il libro alla pagina dove avevi interrotto la lettura.

Ti accorgi della sua presenza a un tratto,
ma il momento esatto del suo arrivo
o da dove sia spuntato è rimasto nelle righe dei versi.
Si appoggia alla sua stampella e resta fermo. Ti guarda.
Proprio di fronte a te, al limitare fra la luce e l’ombra.
Fermo. Al confine di due regni d’elemosina.

Piccolo, nodoso, curvo,
la barba incolta e nera così
come i capelli e le folte sopraciglia.
Una creatura del bosco.
Un uomo di corteccia.
Farfuglia qualcosa che non capisci.
Lo guardi piegarsi come un ramo, spostando tutto il peso sul bastone.
Ti guarda.
Scuoti la testa e ricominci a leggere.

“…La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire…”

Sai che è lì. Quando lo cerchi con lo sguardo
trovi i suoi occhi su di te. Neri.
Come il mare che leggi. Neri e lontani.
Neri. Di chi ha smesso di fottersene della solitudine e della speranza.

“…La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire…”

Sai che è lì.

“…La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire…”

Sai che è lì. Sempre più curvo. Piegato. Allattando i suoi occhi
al solco dei tuoi seni. Si piega e la sua ombra si allunga in una densità piatta
dove tu scompari.
Sei albero-uomo-terra. Sei buio. Nero masticato dal silenzio
dell’interspazio fra le righe. Un nulla.
 

“…La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire.
Perché credetti che saresti uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti dovuta venire solo perché ero qui?”

Frughi nella borsa. Cerchi qualche moneta. La sua mano si stende
come una foglia sotto uno scroscio d’acqua. Quando si volta e s’allontana
ti accorgi che ti sta lasciando
la sua elemosina di luce da un lato selvaggio del giorno.
 

(Versi tratti da “Mare nero” dalla raccolta ” Uomo e Cammello” Mark Strand )

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