Subway Shuffle

 

Alcuni giorni fa un amico nel corso di una conversazione mi ha dato, letterariamente parlando, dell’emarginata. Ho accolto questo attributo come un complimento poiché nell’ambito della discussione che stavamo avendo mi aveva inorgoglito il fatto che lui, persona il cui modo di scrivere ammiro moltissimo, avesse accomunato la sua condizione alla mia, e malgrado il valore negativo che si accompagna a quella parola essa mi era sembrata una delle cose più belle che mi sia stata detta riguardo a ciò che scrivo.

Un paio di anni fa fui invitata a far parte di un blog letterario collettivo, e seppure non molto convinta accettai. Quell’esperienza durò pochissimi giorni, alcune incompatibilità mi spinsero ad uscirne. Scrissi una cortese e-mail spiegando le mie motivazioni che fu accolta piuttosto freddamente e la cosa si concluse lì. È normale d’altra parte che fra più persone possano nascere delle divergenze e che la convivenza, seppur letteraria, possa fallire e che si senta la necessità della separazione, ma ciò che dell’episodio mi lasciò perplessa fu il fatto che, quasi istantaneamente, tutto quanto potesse riferirsi ad una mia, seppur breve, presenza nel blog fu cancellata. Le poche cose postate, il mio nome, quello del mio blog, tutto sparì. Puff…
Questo gesto mi parve simile a quello con cui si attribuisce un marchio d’infamia, era come se mi fossero stati tolti i “gradi” per essere poi messa al confino.
Inutile dire che presi la cosa con un certo stupore, sul momento divertito, ma che ben presto si trasformò in una attonita amarezza.
Ero abituata all’emarginazione in cui spesso la mia stessa timidezza mi costringeva, ma ero del tutto impreparata al fatto che l’emarginazione potesse giungermi da una posizione presa e che questa fosse squalificante, la cosa mi procurò un certo disagio che intaccò per un po’ anche le poche certezze che avevo riguardo il mio modo di scrivere.

L’emarginazione in effetti è un modo per attestare l’esistenza delle gerarchie.
L’amico, con quell’appellativo, aveva cercato in un gesto di cortesia di non crearne fra me e lui per evitare di cadere lui stesso nella trappola di un micro potere che attestasse alla sua emarginazione una straordinarietà da cui io ero esclusa; attribuendola anche a me, aveva dato alla mia “emarginazione” una valenza positiva, in cui non dovevo chiedermi se ciò che scrivevo fosse ritenuto da lui buono o meno, poiché io potevo a quel punto riflettermi nel  giudizio positivo che attribuivo alla sua scrittura.
La stessa valenza aveva assunto invece segno contrario nel secondo caso. Il cancellare ogni traccia metteva me in una inequivocabile posizione esterna, aveva stabilito la gerarchia di cui io non potevo far parte, e non solo. Quel gesto aveva stabilito i gradi di quella gerarchia, e non ero certo io ad avere quelli più alti, ecco perché l’ombra di una supposta mia inettitudine, di un’incapacità di essere all’altezza delle regole aveva accompagnato sgradevolmente quella mia decisione che pur ritenevo giusta. Cancellando ogni cosa venivano ambiguamente evidenziati non una mia posizione da emarginata, ma la mia non presenza, e di ciò che avevo scritto il valore nullo.

Il senso di emarginazione in chi scrive rispetto ad altri che scrivono non è tanto nel non vedere riconosciuta la concretezza del proprio essere e quindi del proprio scrivere, ma che entrambi lo siano come essenza “cancellata”, in cui il proprio bene e il proprio male non sono riconoscibili come valore assoluto.

Borges nel suo “Abbozzo di autobiografia” a proposito dei suoi romanzi scritti a quattro mani con Bioy, scrive […] Mi hanno sempre chiesto come la collaborazione sia possibile. Credo che richieda l’abbandono dell’ego, della vanità, e anche della comune cortesia. I collaboratori dovrebbero dimenticare se stessi per pensare soltanto all’opera.[…] ed è quello che accade anche quando c’innamoriamo - Dos amantes dichosos hacen un solo pan - scrive Neruda infatti. Ma queste sono condizioni straordinarie: l’amore finisce, molto spesso per il prevaricare  dell’uno sull’altro o per l’emarginazione in cui l’uno pone l’altro, e anche Borges è costretto ad ammettere che altri tentativi di collaborazione con amici intimi fallirono per […] la loro incapacità di farsi di volta in volta mansueti o insensibili […]

Personalmente se dovessi condensare cosa mi trattiene a galla penso all’epilogo di “Falconer” romanzo breve dello spigoloso e spietato Cheever, padre del minimalismo forse più del tenero Carver .
Ferragut, appena evaso da Falconer s’imbatte in uno sfrattato che con tutte le sue cose attende l’autobus alla fermata. È l’incontro fortuito fra due vite derelitte. Entrambi non hanno un posto dove andare, ma entrambi liberi di andare. Conversano brevemente una volta saliti sul mezzo. Inizia a piovere e lo sconosciuto regala a Ferragut un cappotto. È un gesto senza storia, senza un passato e senza un futuro. L’evaso ringrazia e si appresta a scendere.

“ Farragut raggiunse la parte anteriore dell’autobus e scese alla fermata successiva. Mettendo piede in strada, vide che aveva perso la paura di cadere e tutte le altre paure dello stesso tipo. Teneva la testa alta e la schiena dritta e camminava benissimo. Rallegrati, pensò, rallegrati.”