Non molto tempo fa mi sono ritrovata a chiedermi quali fossero state le ultime pagine lette a cui avessi associato una percezione erotica. La domanda nasceva dalla deludente lettura di un libro di racconti “erotici” che forse aveva trovato il suo unico perché nel radunare un gruppo di soli scrittori maschi affinché raccontassero l’Eros da un punto di vista unicamente maschile, per l’appunto.
“Pene d’Amore” ha fallito fin dall’inizio nel suo intento già nel doppio senso del titolo, troppo infelicemente ludico per predispormi a una qualsiasi fantasia erotica e quindi nell’asettica lettura che ne era seguita quasi tutte le storie mi erano sembrate percorrere il solito cliché in cui il concetto di Eros e cosa potesse essere definito erotico, e quindi essere narrato, ne uscivano ancora più fumosi e sempre in bilico  fra ogni possibile interpretazione del puro atto sessuale e una sensualità troppo letteraria per essere, nella sua percezione, reale.
Da questo la domanda.
Senza pensarci troppo su avevo quasi immediatamente rammentato alcune pagine di “ L’amante” di Marguerite Duras, letto forse una decina di anni fa.
Non so se questo romanzo possa dirsi anche erotico, ma me ne è rimasta la sensazione attraverso l’atmosfera della stanza nel sottoscala dove avvenivano gli incontri fra il Cinese e la ragazza. Ricordo l’aria polverosa e palpabilmente descritta, l’umidità che si posava sulla pelle dorata del Cinese, la seta fresca dei suoi abiti, gli odori speziati, la mollezza che impregnava nonostante tutto una Saigon formicolante, la penombra filtrata dalla piccola finestra in alto dove scorrevano ininterrottamente le sagome delle gambe dei passanti ignari di quello che accadeva , ricordo le ore pomeridiane pesanti di acqua e di incensi nel chiuso delle pareti, e quel loro primo incontro prima di tutto questo.

[…] Il signore elegante è sceso dalla limousine, fuma una sigaretta inglese, guarda la ragazza con il cappello da uomo e le scarpe d’oro, le si avvicina lentamente. È palesemente intimidito. Non sorride subito, prima le offre una sigaretta. Gli trema la mano. Trema perché non è bianco […]

Non dice molto di più dell’uomo, ma il salire del desiderio erotico sembra iniziare da lì, da quel gesto con cui il Cinese cerca il primo contatto, inizia nella sua mano il cui tremore tradisce l’attrazione improvvisa incontrollata e proibita verso la ragazzina bianca.

Nella storia centrale della volta della  Cappella Sistina  che rappresenta la Creazione di Adamo, l’atto della creazione si focalizza nel protendersi della mano di Dio verso quella di Adamo. Le dita che quasi si sfiorano sembrano essere tese da due forze perfettamente equilibrate che attirano le due mani e allo stesso tempo le tengono separate.
Ecco, Dio era Dio, e avrebbe potuto compiere la sua creazione in qualsiasi modo,vomitandola ad esempio, o piangendo dagli occhi un omino piccolo e insignificante, o addirittura defecandolo, ma Dio invece lo plasma con le sue mani, e Michelangelo decide di raffigurare proprio il momento più intenso dell’atto creativo, quello del distacco  fra il creatore e la sua opera, e lascia all’immaginazione il momento che lo precede,  quello del contatto , ecco perché il particolare delle due mani tese l’una verso l’altra si riempie così di una dolorosa potenza e di una intima sensualità che quasi sconfina nell’intensità di un tenero e struggente erotismo omosessuale.

Le mani possono far sì che si concretizzi ciò che la nostra mente genera. Che sia una successione di note, la sfumatura di un colore, una storia, un verso o un pensiero erotico , le mani sono il mezzo attraverso il quale la creatività, l’immaginazione hanno la possibilità di realizzarsi.
Strano invece che le mani siano quasi sempre protagoniste in secondo piano nella tensione erotica, soprattutto se narrata. Che sia il loro poggiarsi su un seno, lo scostare di un lembo di una camicia, o il loro lento muoversi su un corpo maschile, qualsiasi sia l’azione che esse compiono l’attenzione-attrazione si sposta e si concentra inevitabilmente su ciò che esse toccano, che diventa così l’oggetto erotico, il fulcro parassita di quella che comunemente  viene interpretata come sfera dell’Eros. E ciò continua a non definirne i confini.
Quando acquistai “Pene d’amore”, sullo stesso banco, oltre ad altre pubblicazioni definite erotiche, c’era un corposo volumetto dedicato ai disegni erotici nel corso dei secoli. Ne sfogliai qui e là alcune pagine, e constatai che le immagini proposte non differivano da quelle che appaiono in  una qualsiasi rivista pornografica. Le donne soprattutto, variamente abbigliate o disabbigliate a seconda dei tempi storici, erano oggetto di fantasiose penetrazioni e palpeggiamenti che in fin dei conti, a differenza degli abiti, sembravano ripetersi nel tempo.  Non scorgevo alcun erotismo, anzi la sola cosa che veniva messa in risalto era lo squallido svilimento dei corpi nelle loro buffe contorsioni, che apparivano ancora più buffe e mortificanti nella staticità dell’immagine. 
Sfogliare quel libro è stato né più né meno che fare un rapido zapping fra un canale televisivo e l’altro; tette, culi, forme più o meno abbondanti e strabordanti, fisse nell’immagine di sé, in un erotismo passivo, in un sesso fatto al buio.
Questo mi porta a pensare che l’oggetto erotico non è il corpo in sé, né il suo accesso più o meno istintivo ad un contatto fisico, sessuale e/o amoroso, ma è in un atto creativo in cui le mani non sono semplicemente strumento ma senso fisico della mente stessa, e  di questa conservano la coscienza, così come conservano la tragicità che è insita in ogni fantasia che diventa realtà e dunque in ogni creazione, poiché  nel suo essere essa è inizio e fine.
Forse è per questo che dell’uomo che amo, di quelli che ho amato conservo piccoli gesti delle mani prima ancora che queste mi toccassero, piccoli gesti silenziosi che racchiudono una sorta di erotismo dell’anima che difficilmente troverà le parole.