Hopper_Edward_People_In_The_Sun

 

Di Edward Hopper si è detto che interpreta le piccole vite e che le sue tele racchiudono nel loro piccolo spazio il silenzio che le attanaglia. I soggetti da lui ritratti, seppure bloccati in un fermo immagine che li sorprende nell’intimità di uno sguardo assorto o di una apparente conversazione, appaiono sfuggire l’uno all’altro, schiacciati da un’opprimente incomunicabilità che li immobilizza e li rende estranei anche al mondo che li circonda. Ma quello che più di ogni altra cosa è messo in evidenza dalla loro staticità, spoglia di qualsiasi tensione, è la rinuncia, e la conseguente accettazione di quel senso di isolamento materializzato in una solitudine a cui sembrano predestinati e ormai condannati.
I personaggi delle tele di Hopper non si toccano mai. Qualsiasi gesto sembra essersi fermato nell’attimo che precede il loro compimento. Ogni contatto che potrebbe presupporre un fiducioso abbandono verso l’altro sembra svuotato del suo significato e per questo non cercato, evitato come se nulla vi fosse più da cercare o da credere nel calore di una carezza, di un braccio che cinge le spalle, e perfino le parole sembrano dissolversi fino ad amalgamarsi completamente allo straniante silenzio che le ha generate. Le tre figure di “Cape Cod Evening”, ad esempio, appaiono slegate, s’ignorano e ignorano la natura circostante, in “People in the sun” le persone sedute sulle sdraio sembrano estranee l’una all’altra, confinate in un rigido silenzio, perse ognuna nella propria disillusione.
I personaggi di Hopper hanno smesso di fingere l’uno con l’altro e si mostrano nella loro assenza. I loro corpi, la nudità delle donne sorprese nelle loro stanze o, come in “Nighthawks” semplicemente nella resa con cui aspettano il nuovo giorno, sono contenitori di un vuoto che non spera più di essere colmato. Hopper stesso sembra non credere nella società del suo tempo e tratteggia questa sua sfiducia nei volti spenti, quasi inespressivi degli uomini e delle donne da lui dipinti tanto che neanche la tristezza, la malinconia della solitudine trovano il senso per manifestarsi. Anche nelle tele che ritraggono le case, i negozi, le vecchie stazioni, Hopper non cerca di cogliere il loro stato d’abbandono, che è solo apparente, ma il loro essere luoghi dis-animati, privati cioè dell’anima di coloro che li abitano e li vivono.
L’unico gesto, quello che muove i dipinti, Hopper lo affida alla luce. Che sia quella che filtra da una finestra, quella di un lampione, o quella che precipita da un’alba appena schiusa, la luce non è mai intesa come grazia interiore ma come possibilità che, perso il tempo del presente, va cercata, sperata almeno, nel domani, nel futuro.
Hopper, penso mentre scrivo, oggi forse ci avrebbe dipinto così, nel silenzio di una stanza con i nostri fantasmi e noi stessi ormai fantasmi, le facce illuminate dalla sola fredda luce dei monitor fingendo i gesti di un’anima nelle parole, e ancora più incapaci di concretizzarli, forse è per questo che nonostante le nette geometrie di luce rendano l’impatto con i suoi dipinti quasi immediato e quasi consolatore , si è presi poi da una profonda disillusione perché ci si accorge ad un tratto di una circolarità del tempo in cui quel domani, quel futuro da toccare  in fondo non arriva mai.