
da ” After Lorca”- 1957. Quante cose sono cambiate…o no?
Dear Lorca,
When I translate one of your poems and I come across words I do not understand, I always guess at their meanings. I am inevitably right. A really perfect poem (no one yet has written one) could be perfectly translated by a person who did not know one word of the language it was written in. A really perfect poem has an infinitely small vocabulary.
It is very difficult. We want to transfer the immediate object, the immediate emotion to the poem – and yet the immediate always has hundreds of its own words clinging to it, short-lived and tenacious as barnacles. And it is wrong to scrape them off and substitute others. A poet is a time mechanic not an embalmer. The words around the immediate shrivel and decay like flesh around the body. No mummy-sheet of tradition can be used to stop the process. Objects, words must be led across time not preserved against it.
I yell “Shit” down a cliff at the ocean. Even in my lifetime the immediacy of that word will fad. It will be dead as “Alas.” But if I put the real cliff and the real ocean into the poem, the word “Shit” will ride along with them, travel the time-machine until cliffs and oceans disappear.
Most of my friends like words too well. They set them under the blinding light of the poem and try to extract every possible connotation from each of them, every temporary pun, every direct or indirect connection – as if a word could become an object by mere addition of consequences. Others pick up words from the streets, from their bars, from their offices and display them proudly in their poems as if they were shouting, “See what I have collected from the American language. Look at my butterflies, my stamps, my old shoes!” What does one do with all this crap?
Words are what sticks to the real. We use them to push the real, to drag the real into the poem. They are what we hold on with, nothing else. They are as valuable in themselves as rope with nothing to be tied to.
I repeat – the perfect poem has an infinitely small vocabulary.
Love,
Jack
Jack Spicer- “After Lorca” from My Vocabulary Did This to Me: The Collected Poetry of Jack Spicer (Middletown: Wesleyan University Press, 2008).
Caro Lorca,
Quando traduco una delle tue poesie e m’imbatto in parole che non capisco, intuisco sempre il loro significato. Inevitabilmente ho ragione. Una poesia veramente perfetta ( nessuno tuttavia ne ha scritta una) potrebbe essere perfettamente tradotta da una persona che non conosce una parola della lingua in cui essa è stata scritta. Una poesia veramente perfetta ha un vocabolario infinitamente limitato.
È veramente difficile. Noi vogliamo trasferire l’oggetto immediato, l’immediata emozione nella poesia – tuttavia l’immediato ha sempre un centinaio di parole che vi aderiscono, effimere e tenaci come dei rompipalle. Ed è sbagliato raschiarle via e sostituirle con altre. Un poeta è un meccanico del tempo non un imbalsamatore. Le parole intorno all’immediato avvizziscono e marciscono come la carne sul corpo. Nessuna benda mummificante della tradizione può essere usata per arrestare il processo. Gli oggetti, le parole devono essere condotte attraverso il tempo non preservate da questo.
Io urlo “ Merda” da una scogliera verso l’oceano. Perfino nell’arco della mia vita l’attualità di quella parola svanirà. Essa morirà come “Alas”. Ma se io metto la scogliera reale e il reale oceano nel poema, la parola “Merda” cavalcherà a lungo con loro, viaggerà nella macchina del tempo finché le scogliere e gli oceani scompariranno.
A molti dei miei amici piacciono troppo le parole. Le pongono sotto l’accecante luce della poesia e cercano di estrarre ogni possibile significato per ognuna di esse, ogni temporaneo giochetto di parole, ogni diretto o indiretto significato- come se una parola potesse diventare un oggetto con la sola addizione dei risultati. Altri estraggono parole dalla strada, dai loro bar, dai loro uffici e le sfoggiano orgogliosamente nelle loro poesie come se stessero urlando, “ Guardate cosa ho collezionato dalla lingua americana. Guardate le mie farfalle, i miei francobolli, le mie vecchie scarpe!” Cosa se ne fa uno di tutta questa merda?
Le parole sono ciò che si conficca nella realtà. Noi le usiamo per spingere la realtà, per trascinare la realtà nella poesia. Esse sono ciò con cui ci sorreggiamo, nient’altro.
Esse sono tanto preziose in se stesse quanto una corda che non ha niente a cui possa essere legata.
Lo ripeto – la perfetta poesia ha un vocabolario infinitamente limitato.
Con amore,
Jack
trad. lisa


12 comments
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Agosto 30, 2009 a 10:43 pm
rodolfo
La poesia è, tra le altre cose, una estremizzazione del desiderio di comunicare e quindi è avvezza a fare i conti con il limite della parola. Ma anche nel comunicare quotidiano la parola rivela la sua inadeguatezza e ci condanna all’incomunicabilità.
Per esempio, non potrò mai essere sicuro che tu abbia colto quello che voglio dire e questo significa che comunque, tra di noi non vi è stato alcun tipo di comunicazione. Comunicare vuol dire che il pensiero passa esatto e integro da una mente all’altra. Senza mediazioni. Forse dovremo aspettare la telepatia, chissà?
Ciao, Lisa
Agosto 30, 2009 a 11:59 pm
lisa
La parola, l’uso che ne facciamo è questo il punto : l’affievolirsi della sua corrispondenza con il reale. L’incomunicabilità nasce dalla destrutturazione o da un sovraccarico in atto fra parola-realtà.
Ma è davvero un punto di non ritorno? Non lo so.
Vedi rodolfo, ho messo in grassetto l’anno in cui questo libro di Spicer è uscito a sottolineare quanto certi temi di allora continuino ad essere irrisolti, e personalmente non faccio distinzione fra poesia e prosa poichè credo che certe tematiche coinvolgano entrambe, ma anche per porre l’accento su un modo di far critica originale ma che non sfianchi.
questo breve testo a mio parere contiene più di uno spunto per riflettere su come si possa far uso delle parole, che sia in una poesia o in un romanzo o parlando al telefono con un amico.
spero di poter completare a breve di ricopiare i testi originali (confesso è la parte che più odio questa:-)) e aggiungere altri tasselli di questa raccolta.
io non so se ho capito,ma giuro che ci provo :-)
ciao
grazie
lisa
p.s ah…la telepatia. Spicer diceva di essere in contatto con i marziani attraverso onde radio…
Agosto 31, 2009 a 5:54 pm
rodolfo
Saremmo proprio una bella coppia. Io demolisco e tu ricuci…
Resta il mio profondo disincanto. La mia condanna alla solitudine.
Agosto 31, 2009 a 9:46 pm
lisa
bada rodolfo…non è che io stia messa meglio, non accetto però che il disincanto di cui tu dici e che anche capisco, prenda il sopravvento. Il disincanto lascia che siano gli altri ad appropriarsi di ciò che è tuo, lascia che siano loro ad assoggettarlo e governarlo, e la solitudine che credi di aver deciso tu, è decisa dagli altri.
più che altro le “cose” mi deludono, fortemente, ma in qualche strano modo continuo a farmele appartenere, sono io a decidere se tenermele così come sono, o se gettarle via, in qualche modo così si arriva in fondo.
guarda questa foto, la didascalia non lo dice ma in realtà Spicer sta semplicemente ascoltando una partita di baseball, sembra deluso, e forse lo è, forse la sua squadra sta perdendo,mi piace la sua posizione, sembra non appartenere a questi tempi in cui tutti si preoccupano di sembrare più “dritti”, sembra cinematografica, e se provo ad immaginarlo malato e morente mentre dice- le mie parole mi hanno fatto questo- che è una cosa terribile da dire per un poeta e terribile per chiunque, lo immagino così, deluso ma ancora se stesso.
ciao
lisa
Agosto 31, 2009 a 11:02 pm
lisa
volevo chiarire che non facevo alcun riferimento alle “mie parole” nel senso letterario della cosa…sopratttutto perché direi di non essere proprio nella fase di “autostima a mille” :-)
Settembre 1, 2009 a 8:23 am
randagiamente
permettimi, Rodolfo, di dissentire. La comunicazione totale di cui parli è solo un mito razionalistico. Dovresti considerare che forse ciò che la nostra mente partorisce e che noi pretenderemmo di far passare intatto da mente a mente non ha poi tutta questa enorme importanza.
La comunicazione non riguarda la linguistica, è un evento di un altro livello, puoi chiamarlo metalinguistico, o spirituale. La vera comunicazione tra esseri umani è comunicazione di una disponibilità all’ascolto. E’ comunicazione di un’apertura.
Ciò che ad ognuno di noi interessa veramente non è far conoscere l’esatto significato di ogni nostra parola pronunciata, ma è sapere che esiste qualcuno disponibile ad accoglierci, ad abbracciare noi o, visto il tema, le nostre parole. Quali siano poi queste parole, forse, scusatemi l’eresia, non è proprio così importante.
Quanto alla solitudine, in questa prospettiva per me è solo la scelta di chi decide di chiudersi all’ascolto degli altri. E considerando, come ti propongo, la vita solo in un’ottica di relazione, è una scelta di morte.
ste
Settembre 1, 2009 a 3:56 pm
rodolfo
Hai assolutamente ragione, ste (stefano?).
Il fatto è che di razionalismo mi sono nutrito da sempre utilizzandolo spesso, nel corso della vita, come arma ideologica, da marxista convinto, per altro, quale mi considero ancora. Tuttavia, in tarda età, questa concezione monolitica la sto lentamente sgretolando (e questo è un motivo per cui posso condividere il tuo commento, credo) anche se il lavoro è faticoso e non è detto che mi rimanga sufficiente tempo per portarlo a termine. Mi trascino troppe ingombranti macerie ideologiche, del resto, che mi appesantiscono…
Settembre 1, 2009 a 6:05 pm
lisa
ste, intanto provo a dirti la mia. anche l’ascolto così posto si ricopre di un’aura idealistica. L’ascolto è parte del comunicare e non necessariamente l’unico aspetto, la mia priorità non dovrebbe essere dire per essere ascoltata, ma cercare di dire qualcosa che merita l’ascolto, se privo in parte o totalmente ciò che dico del suo esatto significato che senso avrebbe? sarebbe un po’ come accarezzare un cane distrattamente e ricevere in cambio una leccatina, certo c’è stata comunicazione, ad un’azione è seguita una reazione, entrambe però prive del contenuto del loro significato.
se ci è permesso dire – mi piacciono le belle figliole- è anche perché possiamo attribuire a questa frase quella vaghezza secondo la quale essa è innocente o offensiva, quindi assolta da chi in fondo trova conveniente la vaghezza e condannata da chi nella vaghezza riconosce la possibile offesa, né una parte né l’altra si riconoscerà in quella frase ed entrambe le parti continueranno ad usarla nel suo non-significato che farà più comodo.
Le parole hanno un senso e io sono d’accordo con Spicer quando dice che sovraccaricarle di significati o defraudarle da quello che hanno è semplicemente scavare una via di fuga.
La comunicazione può essere ascolto reciproco solo se scegliamo di farci rappresentare da ciò che diciamo nel suo significato reale sennò è semplicemente aria fritta che gira.
ecco credo che rodolfo vada verso il disincanto perché non crede più che questo possa accadere, io da parte mia attraverso la gestione della delusione allontano il “game over” e mi concedo ancora qualche tentativo,in fondo penso che si fallisca più nel dire che nel recepire, mi dico sempre – potevo dirlo meglio?ho detto esattamente quello che volevo dire? – infatti ciò che più ammiro è la sicurezza di tanti, e queste due parole “sì” e “no”.
ciao
lisa
Settembre 2, 2009 a 6:47 pm
randagiamente
beh, che ti devo dire, rodolfo, buon lavoro di “alleggerimento”! ogni forma di lavoro su se stessi presenta immancabilmente enormi difficoltà, quindi hai tutta la mia stima e la mia solidarietà, tanto più se mi parli di una tua presunta “tarda età”…
perfettamente d’accordo, lisa, sul fatto che la priorità non dev’essere quella di dire per farsi ascoltare. Io cercavo di porre l’accento sulla reciprocità che considero essenziale in ogni rapporto e quindi in ogni forma di comunicazione. Per cui, certo, non dire per essere ascoltati, ma semmai ascoltare (guardare, toccare, annusare) per poter dire. Cosa questa che, permettimi una piccola certezza, è sicuramente fondamentale anche per te e per la tua poesia.
Ora però mi perdonerai se ti sembrerà ch’io voglia ribaltare completamente l’orizzonte del tuo discorso, magari per puro esercizio di dialettica (ti assicuro che non sarebbe da me), ma devo dirti che la vaghezza delle parole è una grandissima fortuna. Una fortuna immensa. E’ la condizione della tua stessa poesia. Perché se le tue parole avessero il potere che tu incautamente auspichi, parlerebbero di un’unica persona al mondo, cioè di te stessa. Direbbero esattamente tutto ciò che solo tu senti, tutto ciò che solo tu vivi, tutto ciò che solo tu sei. Si esaurirebbero quindi in un tuo onanistico rimirarti allo specchio osservandoti da mille angolazioni diverse. E non direbbero un bel niente a nessuno, perché nessuno può sentire con la sensibilità di un altro, né vivere la vita e le esperienze di un altro.
La vaghezza delle parole, che tu tanto aborri, è la condizione indispensabile di ogni comunicazione, perché permette di prescindere da tutta una serie infinita di dettagli che, se considerati, bloccherebbero ogni discorso, rendendolo un’impresa tanto ardua da essere del tutto impossibile. E’ ciò che permette a me, che ti leggo, di cogliere nella mia sensibilità qualcosa che la tua sensibilità ha avuto il potere di richiamare. E’ ciò che permette di fondare un terreno comune su cui giocare il nostro gioco. Ma se il tuo discorso fosse tanto limpido da dire tutto di te, non potrebbe più parlare in alcun modo anche di me.
Alla fine credo che sia solo un problema di parole scritte. Perché tutto quello che manca alle parole è solo la presenza di chi le pronuncia, il suono della sua voce. Io non credo mi sarei mai innamorato di Erri de Luca solo grazie ai suoi scritti. L’ho amato quando ho visto la sua faccia, e l’ho sentito parlare.
Credo che se la poesia ha un senso, sia quello di esprimere qualcosa di assolutamente personale scavando tanto a fondo dentro la nostra particolarità da riuscire ad attingere all’universalità. Ma senza l’aura indistinta di cui ogni nostra parola è circondata, tutto ciò non sarebbe affatto possibile.
Perdonate la prolissità.
ste(fano)
Settembre 2, 2009 a 9:43 pm
lisa
caro ste, sono d’accordo purché la vaghezza non diventi strumento per compiacere o adulare o peggio proteggersi le spalle .
quello che intendo dire è che, nella poesia come nel dialogare quotidiano, dovrei tendere a quelle parole che più corrispondono a quello che intendo comunicare, posso non riuscirci, essere forse inadeguata ma appropriarsi deliberatamente di uno stile di comunicazione che nel suo significato si presti ad infinite interpretazioni lo considero un fallimento.
la quota della me stessa che metto nelle parole è proprio nel senso che io intendo dare a quelle parole, non vedo perché questo dovrebbe impedire a qualcuno di riconoscersi in quel senso.
il punto è che, secondo me, quella quota va riducendosi sempre più nonostante si parli di ego, autoreferenzialità, autofiction il reale della realtà resta sempre più sepolto non solo nelle pagine dei libri ma anche nei rapporti veri, ci si limita ad una sorta di vouyerismo reciproco.
ad una presentazione di de luca sono andata quest’estate.indubbiamente lui possiede un conversare affabulante, la location poi era splendida, io ero pure innamorata :-)
grazie stefano e grazie rodolfo ( che non è affatto in tarda età, direi invece in ritardo sull’età, tra l’altro sono io che mi sto organizzando per diventare una vecchia scontrosa:-)
lisa
Settembre 6, 2009 a 7:12 pm
rand.
Settembre 8, 2009 a 5:34 pm
lisa
grazie ste…faccio la dura ma poi in fondo…
ciao
lisa