
Le telefonate s’incuneano sempre fra frammenti di tempo. La voce di qualcuno si sovrappone alle tracce che in quel momento stanno scorrendo per creare un nuovo motivo in una sorta di mixaggio simile a quello che con grande cura si realizza nelle sale di registrazioni. Ricordo che un po’ di tempo fa stavo scrivendo qualcosa, e come faccio spesso avevo un sottofondo musicale ad accompagnare il tip-tip delle mie dita sulla tastiera. I brani si susseguivano in modo del tutto casuale quando il telefono ha squillato. Era un amico. Il tip-tip si è interrotto, sostituito dalla mia voce –ciaooo- che deve essere arrivata al mio interlocutore su una base che faceva più o meno così paraparaparapapapapa. Era “Take five” di Dave Brubeck. Che è stata anche la mia risposta alla domanda – cosa ascolti?- Il breve scambio che ne è seguito in merito si può condensare nel giudizio dell’amico che ha liquidato il famosissimo pezzo con un secco – è musica per ascensore- .
In effetti l’identità di alcuni brani musicali subisce a volte una specie di corruzione proprio perché rievocano altro. Che sia uno spot pubblicitario, o l’intrattenimento nelle attese telefoniche, o per l’appunto che siano sottofondo musicale in un ascensore, alcuni brani cambiano il loro destino, diventano musica e allo stesso tempo non musica, note talmente familiari da essere prive di stupore, note scritte su un pentagramma evanescente che cede ogni volta il passo alle immagini, ai pensieri, agli appuntamenti a cui si accompagna. E “Take five” non è solo la melodia con cui più s’identifica Dave Brubeck, non è solo ormai un classico del jazz, ma è anche uno di quei brani che fanno da traccia musicale ad altro, uno di quelli che finiamo col mugugnare senza neanche più chiedercene il titolo, l’autore, è un paraparaparapapapapa di un sax che scoppietta duettando col piano.
Ma Brubeck non è solo “Take five” .
E io non posso farci nulla se a volte alcuni brani musicali diventano per me trame da seguire, inseguire, e così come spesso all’interno di un libro capita di leggere una frase che ti costringe a tornare indietro, frase che continui a cercare anche quando quel libro l’hai finito perché per te quel libro è tutto in quella frase, a volte m’innamoro di un pezzo per quote minime, per un passaggio fra una nota e l’altra, oppure come nel caso di “Lover man” per l’intrusione, durante la sua esecuzione, di una voce. Una semplice sillaba. Una traccia del tutto imprevista che squinterna l’andamento lineare dell’ascolto e allo stesso tempo lo esalta e mi riempie di una struggente tenerezza per questo pezzo che sembra contenere in sé l’intima purezza di un universo maschile che si svela malinconicamente a poco a poco, quasi con un insolito pudore.
Il brano a cui mi riferisco è una registrazione live fatta nel 1983 al Midem a Cannes. Inizia col clarinetto di Bill Smith che irrompe dolcemente nell’aria in un assolo. Sorge come un salire di nebbia, come il fumo di una sigaretta che brucia nel buio e che va a toccare un soffitto, fa da eco a se stesso, come se il suono poi da lì rimbalzasse sulle pareti della stanza nel chiuso della notte. È un pensiero che gli uomini non dicono e che si fa musica per essere detto, ammesso, senza più inutili riserve. Il suono poi smette di volteggiare nel vuoto, un brevissimo stallo e poi diventa teso, caldo come spogliato da ogni difesa. A questo punto, nella registrazione, scroscia un applauso. Ma è subito dopo, quando la musica sembra riprendere il suo equilibrio che ad un tratto, a sovrapporsi alla prima nota proveniente dal piano di Brubeck, c’è una voce maschile che distintamente urla “Yes”.
Sì. Come se chi lo pronunciasse si fosse riconosciuto e volesse gridarlo al mondo. Come se fosse stanco di nascondersi e finalmente può ammettere che, sì, un uomo è anche questo: dolcezza, tenerezza, incomprensione, confusione, paura di perdere, e tanta tanta solitudine.
La voce di quello sconosciuto, la nota involontaria che aggiunge sono diventati per me come lo star-gate che mette in comunicazione due mondi paralleli, proprio come quando si riceve una telefonata e si può ad un tratto parlare con chi si credeva lontano e irraggiungibile. Sì, non posso farci nulla, tendo ad afferrarmi sempre alle piccole cose quando ascolto musica, e non solo.
E questo è solo un piccolo “Yes” scagliato nell’aria, ma da quel momento in poi “Lover man” e la sua melodia per me diventano narrazione, e musica e trama iniziano a scorrere l’una nella traccia dell’altra, indivisibili. Tempo fa mi è capitato di guardare un video di Leonard Cohen, lui era sul palco di un teatro e nell’attimo in cui stava per attaccare “I’m your man” una voce femminile frantuma il silenzio che c’è prima dell’inizio di ogni cosa, e urla “ Marry me” e Cohen trattiene le prime note e sorridendo le risponde qualcosa che non ricordo.
Ecco in certa musica c’è questo. Te ne stai lì mentre l’ascolti con qualcosa che dentro di te urla in cerca di una risposta e sai che qualcuno da un mondo parallelo ti dirà : Yes…


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