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Se ne sta là, seduta. La penna, il foglio, la scrivania. E l’oscurità facile in cui stare. Persa nell’assenza dei contorni e degli spazi, con l’unica certezza del suo respiro.
Si strappa a fatica da quell’abbraccio muto e incolore, e accende la luce.
Mio caro.
Scrive curvando le “o” in cerchi perfetti. Due vite chiuse a recintare spazi bianchi, due margini da cui è possibile cadere. Nel niente.
Mio.
Prendersi come due capi usati scovati fra i banchi di un mercatino di paese, abbagliati dall’acquisto tanto da non vedere il bottone sul punto di cadere o l’orlo usurato della tasca.
Loro due. Già logori di vita e di amori altrui. Sradicati, portati altrove da vortici di vento come vecchi legni sterili. Rami già secchi per brevi fuochi, effimeri come il bagliore di una scintilla che t’inganna di luce. Ma è solo un attimo che non ritorna.
Lei pensa che si torna verso qualcuno, qualcosa che ti appartiene, a cui si appartiene.
Mio caro.
E sente quell’affetto, asciutto di odore e sapore, abbandonarla come un’aura. Lo vede incastrarsi nella filigrana fragile delle due parole. La svuota e la lascia come una specie estinta, incapace ormai di riprodursi, o forse solo stanca di lottare. È lì, come un’impronta fossile e lei non può più seguirla. Lei è troppo lontana di corpo e carne, solida di solitudine.
Mio caro.
E non c’è più niente oltre quella sottile catena di lettere.
Non sempre si conclude quello che s’inizia. Ad un tratto la fine si riavvolge sul suo stesso filo, come un gomitolo che si gonfia sulle dita, e ad ogni giro imprigiona il suo inizio in un disordine interno che attende di essere dipanato, liberato, per potersi poi disperdere. Forse. In un nuovo inizio.
Mio caro.
Lei ripercorre lentamente con un’unghia le due parole, accartoccia il foglio e spegne la luce. Lo scintillio di una stella buca la massa compatta del cielo. Lei rimane a lungo a guardarla.


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