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Sono le cinque del mattino. Sono sveglia già da un po’. Tanto vale alzarsi. Dopo aver fatto colazione esco sulla terrazza a fumare. Quest’ora che precede di pochi attimi l’aurora ha sempre un fascino tutto particolare. Innanzi tutto la luce, che ha una sfumatura metallica, e da questa luce le cose emergono una alla volta come in un appello di caserma : motorino, ragazzo con uno strano cappellino colorato, mano che apre una finestra, uccelli che, come guidati da un direttore d’orchestra, attaccano a cinguettare tutti insieme, il mare poi, è una lastra zaffiro, non sembra neanche d’acqua tanto è fermo e compatto, in nessun’altra ora è così. Distanti sento dei passi. Da principio non capisco perché il loro suono ogni tanto s’interrompa, poi la vedo spuntare. È una signora di poco oltre la mezza età, gonna a fiori, lunga camicia verde, capelli tinti e leggermente ricci che vanno sul biondo rossiccio. Anche lei fuma una sigaretta. Nell’altra mano ha una busta di plastica in cui con cura ripone le talee di gerani che, con destrezza e con una naturalezza disarmante, sta recidendo dalle piante dei bar del Corso. La sigaretta le pende dalla bocca mentre usa la mano destinata a reggerla. La guardo inebetita, lei continua anche se si è accorta della mia presenza, la guardo mentre spezza rapida i rametti selezionando le diverse tonalità dei fiori. Li taglia qui e là, nessuno si renderà conto del malfatto. Pochi attimi ed è già sparita alla mia vista.
Si dice che la civiltà di un Paese si vede dalle piccole cose. Allora perché mi meraviglio? In fondo qui ad essere rubata è solo la bellezza alla mia alba. Read the rest of this entry »

Nei giorni scorsi ho trascorso molte ore in libreria sbirciando fra gli scaffali e sui banchi delle ultime uscite. Mi ha colpito l’enorme quantità di libri che sulle copertine riportano l’immagine di bambini: occhi di bambini, primi piani di bambini, da soli, in coppia o in gruppo. L’inquietudine dei loro sguardi mi hanno seguito ovunque.
Questi bambini non offrono mai un’idea d’infanzia. I loro volti, nella maggior parte dei casi, appaiono inespressivi, hanno sguardi intensamente fissi e vuoti, le bocche sono appena socchiuse o rigidamente serrate in una tristezza infinita. Più che bambini sembrano adulti schiacciati, sconfitti dalla vita, ormai assenti. Gran parte delle immagini sono però in bianco e nero quasi a volerle estrapolare dalla realtà, forse per renderle meno dolorose.
Non so attraverso quale processo si giunge alla scelta della copertina, né so fino a che punto e in che misura le trame di quei libri ruotino intorno a protagonisti bambini, ( volevo stilarne una lista ma poi me ne è mancato il tempo, ma vi assicuro sono veramente tanti) tuttavia non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa, a prescindere dal libro, si cercava di suscitare, quale sentimento, su quale leva dell’animo di un potenziale lettore si voleva far forza, quale messaggio gli veniva mandato e perché quella scelta e non un’altra di eguale tensione e verità?
Devono colpire, smuovere, intenerire, incuriosire, essere compresi, farsi amare o cosa? e non è questo quello che in fondo cerchiamo tutti? e l’immagine allora, che sia la copertina di un libro o quella che di noi stessi mostriamo agli altri, è al servizio della verità o della strategia?


Le telefonate s’incuneano sempre fra frammenti di tempo. La voce di qualcuno si sovrappone alle tracce che in quel momento stanno scorrendo per creare un nuovo motivo in una sorta di mixaggio simile a quello che con grande cura si realizza nelle sale di registrazioni. Ricordo che un po’ di tempo fa stavo scrivendo qualcosa, e come faccio spesso avevo un sottofondo musicale ad accompagnare il tip-tip delle mie dita sulla tastiera. I brani si susseguivano in modo del tutto casuale quando il telefono ha squillato. Era un amico. Il tip-tip si è interrotto, sostituito dalla mia voce –ciaooo- che deve essere arrivata al mio interlocutore su una base che faceva più o meno così paraparaparapapapapa. Era “Take five” di Dave Brubeck. Che è stata anche la mia risposta alla domanda – cosa ascolti?- Il breve scambio che ne è seguito in merito si può condensare nel giudizio dell’amico che ha liquidato il famosissimo pezzo con un secco – è musica per ascensore- . Read the rest of this entry »

Usciranno prima o poi da questo posto
anche questa notte finirà, come deve.
Loro se ne stanno seduti, danno le spalle al vuoto della strada,
non aspettano nessuno
e non entrerà più nessuno ormai, solo il barista guarda fuori,
c’è d’aspettare, c’è solo d’aspettare che la luce mangi le ombre
e poi anche questo posto svanirà nello schianto dell’alba. Read the rest of this entry »

13/6/2009. h 07.15 Poesia 3 nasce dal taglio
del volo di un gabbiano dentro un cielo già sfinito
di primo mattino e dalla luce che s’inietta nei colori
come se fosse un surrogato di felicità. Poesia 3
si trascina in questa stanchezza accesa
del dover puntare sempre in alto,
essere notizia che attraversa lo spazio,ma in fondo
cosa resta di quel gabbiano
e del suo scrivere l’aria ? Poesia 3 si ferma per un attimo
nel mio pensiero di una rincorsa e di un volo verso un punto
che nessuno ha mai raggiunto
poi si schianta fra i piatti da lavare e le corsie del supermercato,
molto lontana dalla nuova epica, e anche dalla cronaca locale.
È il 13/6/2009. h.10.33

11/6/2009 h.09.51. Poesia 2 nasce dalla pratica
del “ci vediamo”, del “ci sentiamo” e
dal tempo che frana e si accumula in un tempo che
non appartiene a niente. Poesia 2 si avviluppa fuori da ogni spazio
a questi scampoli di futuro nel baratto del non compiersi
e la dicotomia di una memoria del non ricordo che mi salva.
è l’astrazione dal corpo?
è il potere dell’essere invisibile ? Eppure
io credevo di essere già qui
sono le ultime parole di Poesia 2 prima di morire.
11/6/2009. h 23.45

10/6/2009 h 21.12.. Poesia 1 nasce dal rumore vivo
del dialetto dei bambini
nella strada. La casa vuota. Il buio sul geranio.
Poesia 1 vuole decifrare se ora questa tentazione
di dire un suono è il desiderio che quel rumore
sia lì per me, se quel geranio
brucerà di rosso anche dentro il vuoto.
Se invece resterà solo il suicidio di un giorno in un altro
e un’altra illusione che c’è dentro ogni suono.
10/6/2009 h. 23.18 . Poesia 1 muore.

Metri di scale, di strade, di luci di lampioni
metri di foglie gettate in terra da metri di vento e di stagioni
metri di nuvole che cambiano
metri di cielo, di orizzonti, metri di suoni, di fiori che scolorano
metri di giorni con dentro metri di parole
confuse, complicate, metri di attese fraintese e disattese, e metri
di notti da riavvolgere dal disorientare del buio
e metri da percorrere col buio che incombe, metri
di pensieri lasciati sopra metri di altri pensieri, metri di saliva
inghiottita, e metri di respiro che capriola nell’aria
metri di rapsodie di gesti, metri in slow-motion di silenzi e di vuoto
metri di aprirsi di porte e di finestre, metri di sorrisi e di facce sfinite
metri di arrivederci, di nomi, di mani , e metri che non lasciano traccia
e metri incrostati di ricordi imprecisi, metri e metri…
e infine l’ultimo, che ferma il fiato,
che finisce il tempo e l’infinito, e finalmente è la tua pelle.


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