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Quando scrissi la poesia “Ans(i)a” intendevo proprio questo: parlare della nostra, la mia capacità di fagocitare la notizia, di digerirla. Per quanta sofferenza ci sia stata, per quanto ci abbia inorridito il terribile il gioco del destino che ha salvato alcuni, ammazzato altri nello spazio di poche pietre, per quanto i paesi, le città ci siano sembrati feriti a morte da una furia incontrollata, tutto tutto sembra poi sfuggire.
E quando tutto è stato anche scarnificato fino all’osso, quando morte, rovine, e smarrimento hanno esaurito il loro compito di dimostrare a noi stessi che siamo ancora capaci di provare qualche sentimento, si spengono le luci, e quella che fu ans(i)a da prima pagina diventa cronaca locale.
Ma L’Aquila e suoi paesi d’intorno sono ancora lì. Read the rest of this entry »


One sorry town after another passed
the streaked windows of the train. We smoked, talk
of growing up, he near Torino,
I in Michigan. Born in a small town
in an inland valley, he loved the sea,
just walking along the shore, day or night,
filled with a joy he’d never known.
In my imagination even in the rain,
with his wool cap pulled over one eye,
he passes the window of the café
like a ghost as the day fails. I see him
coming toward me now, tall, thin, myopic,
full of delight in his awkward body,
still only a boy with his boy’s wide smile
as the rain streams down. You too must know
men like Cesare, still so young, brilliant,
full of plans and tall tales. Then women
enter their lives and the unfillable need
for tenderness. They fall in love, then
fall in love again and again and nothing
comes of it but heartbreak. And they are men
so when you reach to touch them, to help them,
they turn away because men must do that.
Of course I never knew any Cesare,
he died before I left Detroit, before
I had a chance. I’m really talking
about someone else I can’t name because
I simply can’t, a man so singular
that when I lost him I had the train ride
I couldn’t forget, Paris to somewhere
in early fall, the towns along the way
with their blackened churches, factories, shops,
cinemas all closed down. How did I miss
what was to come? It was all there in the rain.
Philp Levine
da: The Mercy- 1999- Alfred A. Knopf- NY Read the rest of this entry »

Ieri finalmente mi sono stati recapitati alcuni libri che aspettavo. Non ho scartocciato subito il pacchetto che è rimasto per un po’ ben sigillato sul tavolo. Credo sia una mia abitudine allungare i tempi, è come se adottassi per certe cose una specie di sabato leopardiano con cui “orno” la quotidianità per prolungare la fanciullezza che è racchiusa in ogni cosa prima che si sveli.
Poi il momento è giunto e finalmente mi sono messa tranquilla a sedere nella mia stanza con i libri fra le mani. Ho cercato subito le poesie che avevo intenzione di tradurre. Le avevo sentite già dalla voce del poeta ma dall’audio non avevo compreso alcuni versi, e le ho lette con attenzione cercando conferma di quel piacere provato nell’ascolto. Poi, sfogliando qui e là, ne ho lette altre ma molto rapidamente, lasciando alcune lacune laddove di alcuni termini mi sfuggiva il significato e avevo bisogno di controllarlo sul dizionario, di qualche altra mi sono detta entusiasta – bellissima, traduco anche questa per il mio blog –
Quando la soglia di concentrazione si è abbassata ho interrotto la lettura, ma mi sono soffermata sulla copertina di uno dei libri. È una bella foto in bianco e nero che ritrae in primo piano un giovane uomo che stringe sotto il braccio quella che mi è subito sembrata la custodia di una tromba. Alle sue spalle un ragazzino e un uomo aspettano la metropolitana. È una gran bella foto. Mi piacciono le vecchie foto in bianco e nero, e quella valigetta nera mi ha incuriosita. Sono andata perciò a cercarne l’autore sul retro del libro. Il giovane uomo è il trombettista jazz Don Cherry e la foto è di Ole Brask. Read the rest of this entry »

22.30. Qui
come in una sala d’attesa
di una stazione,
nell’immobile sagoma
che disegno
sono
una lancetta ferma
nel work-in-progress del futuro.
Lo sento
distintamente
il passare del tempo
sulla mia faccia
l’impalpabile caduta
dei minuti
un pulviscolo di me
che scivola lento
tra-
fori d’aria
fino in terra
a fare l’ultimo inutile
amore disperato
alle suole delle scarpe.
22.35. Qui…

Già in passato, e unicamente per la straordinaria cortesia di alcuni redattori, alcuni miei testi sono stati pubblicati in altri blog letterari. Inutile dire che ne sono stata felice e un affetto indissolubile mi lega a tutti coloro che mi hanno fatto dono della loro generosità. Non ho mai, fino ad oggi, però menzionato qui queste mie presenze nella rete, semplicemente perché mi sembrava di peccare di vanità.
Stavolta vorrei però fare un’eccezione poiché non ho altro modo per ringraziare di tutto se non quello di segnalare una particolare iniziativa che Francesco Marotta ha oggi inaugurato nel blog da lui curato con grande competenza, grande generosità e grande passione: una pagina dedicata agli inediti.
Che sia io, proprio io, a tagliare il nastro d’inizio mi ha sinceramente emozionata.
So che l’emozione data da un momento di piacere, di gioia, quando è scritta, solitamente appare sempre eccessiva, ridondante, sommersa dagli aggettivi tanto che nella sua ricercatezza espressiva o fra i frizzi e i lazzi diventa quasi un oggetto plastificato e inanimato che nulla ha in comune con ciò che invece ci attraversa, e paradossalmente a volte ho la sensazione che la parola scritta ci porti a nascondere, a disimparare la spontaneità e l’imperfezione delle emozioni reali che sono racchiuse nello spazio di un attimo e sono materia viva.
Io amo le piccole grandi cose che vengono a me insperate e inaspettate come quelle che ho ricevuto e ricevo, amo i piccoli gesti di amicizia che ho ricevuto e ricevo, amo ogni singola parola che ho ricevuto e ricevo, semplicemente…perché è così.
Grazie Francesco. Grazie a voi.
“Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta a scrivervi”.
L’incipit di “Stabat Mater” è perfetto. Con tredici parole l’autore introduce il lettore a quelli che saranno gli elementi strutturali su cui il romanzo è costruito: un Io narrante femminile, la condizione in cui questo personaggio si muoverà, che è quella del buio della notte piena e degli ambienti, la forma che il personaggio userà per narrare e narrarsi, quella epistolare. Inoltre il “Signora Madre” e il voi con cui la voce narrante alla madre si rivolge indicano un contesto temporale non contemporaneo, così come il linguaggio semplice lascia intuire che a scrivere la missiva è una giovane donna, la cui inquietudine è presto svelata. “ Tanto per cambiare anche stanotte l’angoscia mi ha preso d’assalto”. Così prosegue in quella che sarà la prima delle lettere che andranno a susseguirsi , e che saranno così strettamente legate l’una alle altre tanto da tradursi quasi in una unica lunga missiva. Read the rest of this entry »

Ieri i miei programmi per il pomeriggio si sono dileguati tutti con un nulla di fatto. Ho deciso allora di fare quattro passi ed arrivare in centro. Mentre camminavo mi sono accorta di farlo tenendo gli occhi bassi, tanto che non conservo il minimo ricordo di qualsiasi cosa o persona io possa aver incrociato nel tragitto. È strana questa sensazione di ritrovarmi con un buco nella memoria di un presente in cui io stessa manco.
Ieri alla Rizzoli in Galleria c’era Jack Vettriano. Ed io non avevo programmi ed ho assistito alla presentazione dei suoi libri. Quando mi sono fatta avanti dopo aver scelto le pagine da autografare, lui, guardando le immagini che avevo selezionato, mi ha detto – I like your taste!-
Io mi sono chiesta – quand’è che iniziamo a dire balle e perché sentiamo la necessità di farlo anche quando non dirle non cambia niente ?-

Spesso leggendo qui e là poesie o brevi testi in prosa nei vari blog della rete resto affascinata, molto più che dai testi, dai commenti. M’incanta la capacità interpretativa dei commentatori, la loro cura nel trasformare quei brevi appunti in veri e propri testi che hanno vita a sé in cui la parafrasi testuale rielabora nuove metafore del testo stesso. La traduzione di ciò che un testo evoca riscrive il testo in una misura propria, personale che a volte amplifica le intenzioni del poeta o dello scrittore,a volte se ne discosta, a volte diventa semplice adattamento della visione appena letta al proprio sentire. Pessoa meglio di me con quel suo trenino a molla spiega questo complesso gioco di specchi che si crea fra scrittore-testo-lettore . [Il poeta è un fingitore/Finge tanto completamente/Che giunge a fingere che è dolore/Il dolore che davvero sente./ E coloro che leggono quello che scrive,/Nel dolore letto sentono proprio/Non i due che lui ha provato,/Ma solo quello che loro non hanno avuto. […] E proprio ieri leggevo i primi versi di una poesia di Ian Frazier su “The New Yorker”
[And so, at last, I am turning forty,/In just a couple of days./ The big four-oh./ Yes, that is soon to be my age./ (And not fifty-eight. No way. That Wikipedia is a bunch of liars.)
Questo riferimento a Wikipedia, alla sua essenza enciclopedica ma anche alle sue possibili incongruenze, elaborazioni o inesattezze, [Nope, not any other age, just forty./ What other age could someone born in 1969 (and not 1951) Possibly be? […] che sono le stesse che facciamo quando diamo una nostra lettura ad una prosa,una poesia, mi ha riportato alla memoria un testo che tempo fa lessi proprio lì mentre cercavo altro.
Il perché mi attirò sarà ovvio se continuerete a leggere ancora un po’; per i pigri, i non curiosi e quelli “non me ne può fregare di meno di andare oltre quindi dimmelo e finiamola qui” svelo subito che il mio interesse si accese perché quella pagina aveva uno stretto rapporto col mio nome. Read the rest of this entry »

C’è sempre qualche ricorrenza
un crollo interiore
e un muro
che si alza come prigione:
ho scritto poesia
come decorazione dei mattoni
ma in fondo cos’è poesia
se non il technicolor di ciò che resta?
– il tempo ne conserverà la traccia? -
mi chiedevo mentre da uno sbrego
ho visto indelebili solo le macerie

Conversiamo a lungo, sommessamente
l’uno di fronte all’altro quasi cercando
l’urto delle parole
il suono cieco dell’impatto,
l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte
io ci sto bene qui, ti dico,
Summer is over
sì, ci siamo divertiti
fuori dal prezzo della poesia e dal vezzo della compassione
e ti amo quasi, senza la perdita che c’è
in ogni parola amore (manomessa)
poesia (manomessa)
vita (manomessa)
cazzo (manomessa)
e allora ti amo
amo la tua morte
che mi parla dell’innocenza che c’è
quando con segnali radar
conversiamo a lungo, sommessamente
l’uno di fronte all’altro cercando
l’urto delle parole
il suono cieco dell’impatto,
l’aprirsi delle onde magnetiche che provengono da Marte.
È qui che io sto bene, ti dico


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