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jack-goldestein-the-jump

 

Dicevamo che sarebbe bastato non mentire.
Qualcuno, sottobanco, mormorava tesi
sull’esatto numero delle stelle, perché oltre quello
ogni parola sarebbe stata solo caos
a cui nessuno avrebbe mai creduto.
Qualcun’altro cercava una sintesi dell’intero universo,
una sorta di taccuino, da consultare
quando in cielo si accalcavano le nubi
e la pioggia disfaceva i contorni.
Avevamo messo in conto che mille volte
avremmo sbagliato, e mille volte ancora
saremmo ritornati sui nostri passi. Ma per non confonderci
all’orizzonte legavamo le cime degli alberi
e le parole che non riuscivamo a comprendere
e aspettavamo che si alzasse il vento
a suggerirci suoni più preziosi
che potessero sollevarci da ogni errore.

Ma poi qualcosa accadeva
che non avevamo considerato.

Prima fu la distanza fra Algenib e Markab,
poi fu la coscienza del buio che le circonda.
Ed era proprio lì che intanto passavano le nostre vite
nell’intreccio mobile dell’accadere
in cui si scoperchiava la vera misura degli anni luce,
la dispersione inesorabile delle superbe nostre piccole cose
dei gesti oscuri che facevano rumore nelle cucine,
della polvere che si posava
e di tutto quanto abilmente tacevamo
del fluire del tempo, che dipingevamo invece  impigliato
nel sollievo di qualche conversazione di noi
in cui amavamo fingerci peggiori, a volte migliori
per mascherare ogni presunzione
scambiandoci, noi stessi, illusorie promesse
che non riuscivamo a mantenere e
aggraziati arrivederci in qualche punto di Pegaso
e così ciechi alla notte
da non domandarci neppure com’ era che continuassimo a perderci
senza avvertire alcun dolore
né perché l’aver scritto miliardi di versi,
nonostante tutto non ci rendesse, nella realtà, migliori.

untitledyou-are-not-yourself-barbara-kruger-1981

 

Di certo saprei ancora essere più di così.
Lo dicono i biglietti del cinema,
dell’ultimo autobus delle 10.30,
i piccioli di quelle ciliegie che ingialliscono
le pagine scritte con i colori degli umori
nel buio, tra i vecchi maglioni,
tra i nidi delle cinture
si dicono – mi ricordo-
ed è un ricordo buono
e se ancora sono lì,
i biglietti, i piccioli, il buio
è perché a volte mi sembra che quel ricordo di me
possa da un momento all’altro ritornare

pietro-scoppetta-vue-du-port-damalfi

 

O’ sole e’ luglio s’appassuliava chianu chiano.
‘Na luce antica s’allummava e’ rosa ‘ncopp e’ mura,
e còmme ‘nu velo e’ sposa, ‘nu suspiro e’ organza,
si stennava ‘ncopp ‘a rena scura ‘ra marina ,
facenno nu ricamo miezo e’mbrelloni ‘e segge a sdraio.

Da ‘nu cielo e’ cristallo tuzzuliava scurnusa ‘a primma stella,
e ‘na varchetèlla e‘ legno miezo ‘o mare s’addurmeva.
Pareva proprio ‘na palomma ‘ca strutta e vulà se vuleva arrepusà.

Sola sola, senza ricere niente, se cunnùleava miezo ‘a currenta.
Liegge liegge, comme ‘nu sciato e’ ‘nu criaturo,
‘nu vientariello allisciava l’onna, e ‘ca varca rirenne pazziava.

Comme sarrìa doce io penzai, si a’ varchetèlla io fosse stata
e o’ mare’ e’ braccia e’ nu nnarnmuràto
Ma fu sulo o’viento ca cu ‘na fulata, ‘ncopp a’ vocca
‘nu rappìglio ‘e ‘nu vase me lassaie.

le-bain-au-petit-chien- bonnard

 

Mi preparo
come per una notte
di sesso clandestino
                     -Profumi-
per confondere
l’indagare di un giorno

ella-gerhard-richter

 

Mi piacerebbe fare come i piccioni,
camminare svelta svelta sui cornicioni
portarmi fino all’orlo
                              - glugluglu-
senza quasi pensiero
essere oggetto visivo,
animale
cronaca fugace
immateriale
sguardo appena
rap-preso di quell’ansia
che si deve all’esistenza

rainy-night-out_ernst-haas

 

Continuavamo a ripeterlo da mesi che sarebbe accaduto
gli altri, quelli che morivano preparavano il lutto.
Dalla stanza sentivamo le saracinesche
che ringhiavano su e giù, e intanto era
la conta dei lividi, l’esatta posizione di ogni nuova cicatrice,
le briciole nei piatti, i sorsi di silenzio di queste ore sottratte
i passi sempre più brevi, sempre più lenti, sempre di meno.
Ogni cosa era annotata, distribuita all’ingrosso
all’ingrasso degli ingranaggi che muovevano le nostre vite:
nulla andava sprecato,
tutto aveva un suo scopo, anche morire la vita lentamente.

david-park-bus-stop-1952

 

Esci, e c’è sempre una direzione che prendono i tuoi passi. Il basalto del selciato è duro e butterato come una pelle invecchiata, malata di passato e spenta. Ti accordi alla sua superficie, regolando i tuoi movimenti finché ti accorgi, anzi ti ricordi, che c’è fra te e la strada un senso di equilibrio. È un benevolo patto che ti permette sempre di stare in piedi. E ora quasi puoi illuderti di avere la certezza che quella, sì proprio quella, solo quella è la tua direzione.
La fermata dell’autobus ti accoglie come una piccola cappella, e tu te ne sta lì racchiuso in quell’icona e aspetti. Se piovesse sarebbe ancora ieri.
La strada sgocciola auto in corsa sul rettilineo. Rivoli in viaggio su vetri grigi. Vanno, come se non potessero far altro che andare. E sono come te che aspetti di andare, e intanto guardi l’alone bianco che una piccola goccia ti ha lasciato sulla punta della scarpa.
Eri qui anche ieri, quando la pioggia sottile s’infilava nelle crepe dei muri come un male inguaribile, sedimentandosi in una tristezza scura che orlava i bordi delle terrazze.
Guardi quel piccolo cerchio cristallizzato e sembra l’unico segno del muoversi del tempo, l’unica testimonianza del tuo passato. Non hai neanche più motivo di chiederti se eri lì ieri.
Dietro di te una bocca sorride da due anni e ti augura un benvenuto in tutte le lingue. Una ragazza così non la incontrerà mai nessuno, neanche chi arriva da un’altra direzione. E neanche tu la incontrerai, ma lei è lì per farti credere esattamente il contrario e tu ci credi , almeno fino all’arrivo del tuo autobus. Cerchi di non voltarti a guardarla, ti convinci che quello è il posto giusto, perché è lì che s’incrociano le vite, benedette, santificate da quell’altare in ferro che scolora impercettibilmente colandoti addosso macchie di tempo.
Tu cerchi di crederci, sì che sei tu quello a cui lei sta parlando, che quel sorriso è vero, forse altrove, non qui, ma durerà finché tu sarai lì ad aspettare.
Welcome…wilkomen…bienvenido…bienvenue. È un mantra che reciti a memoria ormai . Un rosario. welcome…wilkomen…bienvenue…bienvenidowelcome…
Guardi a terra. La tua ombra è ancora troppo lunga, è uno stecco che punta ad est piantato nell’asfalto. Quella luce pallida sembra solo una prova generale sul mondo, solo qualche fortunato assisterà allo spettacolo se ne avrà voglia. Se ne avrà il coraggio. È ancora presto adesso.
Se si aprissero tutte le finestre ora, tutte nello stesso istante, l’aria si riempirebbe dell’odore pesante delle stanze avvolte nell’oscurità e del sapore della saliva secca sulle labbra, e gli ultimi sogni, quelli che danno più amarezza a ricordarli nella lucidità invadente delle prime luci, quelli che sembravano più veri, quelli che stavi per afferrare, sì proprio quelli, si spegnerebbero tutti sulla tua faccia, scoppiando silenziosamente come bolle di sapone, svanendo in un invisibile sbuffo del tuo fiato. Puff…Puff…Dormite ancora un po’, c’è tempo. Read the rest of this entry »

 

la mar

 

“Pensava sempre al mare come la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che lo amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva e rifiutava grandi favori e se faceva cose strane e malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna , pensò.”
                                   [Il vecchio e il mare - Ernest Hemingway]

 

C’é appena un po’ di vento. Soffia dal mare
e lo fa di un colore verde pallido, lattiginoso come se fosse
di materia vetrosa appena scossa,
un alabastro antico andato in pezzi e poi pazientemente rimesso insieme,
come quelli che si vedono nelle teche dei musei e sono percorsi
da mille e mille sottilissime crepe che sanno di un mistero tramandato
un passato che il tempo non ha rimosso. Read the rest of this entry »

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