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Quando qualche giorno fa ho espresso ad un amico la mia intenzione di scrivere queste poche righe che sto scrivendo ora, lui, pianista jazz, cortesemente e armato di quella tipica pazienza con cui solitamente si cerca di dare una risposta ad un – perché?- di un bimbo,  mi ha scritto in risposta due brevi cenni sul perché questi due dischi rappresentarono due particolari momenti di svolta sia per il jazz che per questi due artisti. Mi ha parlato di jazz modale, di percorsi contrari ma che in un certo senso divergevano e coincidevano nella ricerca di rinnovamento. È stato chiaro pur conoscendo le mie approssimazioni sul tema, e forse per questo di quella e-mail mi ha colpito soprattutto il suo modo di concluderla: una breve riga con cui si scusava per essere stato forse un po’ incompleto nei dettagli. Ho ripensato molto in questi giorni a quella breve frase, alla sua rarità, a quante poche volte accade che ci si ponga con garbo verso coloro che come me hanno un approccio puramente istintivo verso tante cose, e fra queste la musica…il jazz .Con quella breve frase addolciva la mia posizione di chiara inferiorità sull’argomento, la lasciava aperta alla scoperta qualsiasi fossero i miei strumenti cognitivi e lasciava me su quella vibrazione che prolunga alcuni inspiegabili piaceri come quello di starsene ad ascoltare un brano musicale, amarlo senza saperne riconoscere una sola nota.
Ho ricevuto rimproveri per questo. Mi è stato detto che non si dovrebbe scrivere di musica senza conoscere la musica, eppure la musica fa parte di ciò che sono, a volte di ciò che scrivo.

 

 
E allora che dire di “Kind of blue” ? Semplicemente che ascoltandolo un giorno ad un tratto si mosse in me la consapevolezza che jazz era un territorio che ti accoglie, che quando ne varchi il confine, da quel punto hai mille luoghi da esplorare.
“Kind of blue” rappresenta per me, nei confronti della musica jazz, quello che segnò un racconto di Giuseppe Marotta, letto ai tempi delle scuole medie, e cioè il momento esatto in cui leggere è diventato “il piacere di leggere”.
“A Milano non fa freddo” fu il primo libro che comprai, il primo che non mi era stato regalato dalla zia, il primo che leggendone poche pagine dall’antologia scolastica mi aveva spinto a saperne di più, il primo con cui in un certo senso ho preso coscienza che oltre ciò che mi veniva imposto c’era un mondo tutto da scoprire, e che potevo farlo da sola. Magari in una stanza, magari di sera, magari dimenticando che sei sola, magari dimenticando anche tutto il resto.
Ecco questo è stato per me “Kind of blue.” L’inizio del viaggio.
Di lì arrivare a John Coltrane era in fondo già scritto nelle note, e “Giant Steps”, la sua esasperazione delle variazioni armoniche, così ha  inevitabilmente incrociato uno dei miei tanti e maldestri balzi nel mondo del jazz .  

 

 

 

Sono giunta a Coltrane in un percorso disordinato iniziato appunto con “Kind of blue” per raggiungere con un volo folle ” A Love Supreme” per planare in “My Favorite things” fino alle “Ballads” , le stesse che ora vivono in simbiosi con questo battere sui tasti.
E l’embrione di quest’amore per le ballads, che così tanto riescono adesso ad assecondare certe ore silenziose e piene, era proprio in quella dolce melodia di “Naima” , era nelle note che dal sax di Coltrane diventavano l’incantamento di una musica in cui stare.

 


Cinquant’anni sono passati da quel momento in cui il jazz, con questi due grandi artisti, diede una svolta ai suoi legami col rigore delle sue armonie. Cinquant’anni per me ancora da esplorare sorretta da quella loro sorta di “ribellione” che spinge  a sfidare e ad andare oltre i  propri limiti, oltre le convenzioni.