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wyeth-nudo-alla-finestra

 

Pioggia dopo pioggia
Sole dopo sole
così me lo figuro
il tempo:
dietro i vetri,
mio prigioniero

teatro-la-fenice

 

Va da sé che c’è veramente tanto, troppo da leggere in rete, e tanto cose meriterebbero molto più della volatilità con cui svaniscono sotto la pressione dei post successivi. Va anche da sé che non si può leggere tutto, e che ognuno cerca come riferimento delle proprie letture siti e blog , più o meno acclamati, più o meno numerosi ma comunque più affini ai propri interessi.
Anche operando delle scelte però la nostra lettura arranca a tenere il passo, si legge con una sorta di frenesia, con l’ansia che qualcosa possa sfuggirci e spesso è così, ma spesso accade anche che questa nostra stessa ansia ci abitui a letture frettolose. Leggiamo e maciniamo parole che avrebbero invece bisogno dell’attenzione di tutti i nostri sensi, parole che forse non hanno neanche la necessità di averne in cambio di nostre.
Io leggo poco o tanto ( non so darmi una quantità) in rete, nel senso che seguo regolarmente pochissimi blog e anche così a volte mi sento come soffocare, spesso sento che nulla, seppur ben scritto, seppur interessante, seppur invidiabile al punto che mi prende l’umano desiderio di averlo scritto io, nulla lascia in me una traccia, mi sembra che questo affastellarsi di parole sia come terra vangata che si accumula in un angolo in una montagna sempre più alta su cui non cresce nulla.
Mi accorgo di seguire le infinite discussioni con una sorta di voyeurismo senza il piacere ambiguo del voyeurismo arrivando spesso ad una mia personale quanto sindacabile conclusione che ciò che non piace il più delle volte genera più attenzioni di un testo oggettivamente apprezzabile e che presto verrà irrimediabilmente sovrastato da altri.
Va da sé che “l’oggettivamente apprezzabile” è alquanto relativo e soggettivo, ma è anche vero che il buon vecchio shakespeariano - “Much ado about nothing”- alcune volte risulta appropriato e ciò che resta è una sorta di “im-perfetto”, il più ibrido del tempo, il più inconcluso,il più evanescente.
Mi viene allora da chiedere se non sia meglio rallentare questo flusso, arrestare in un certo senso il tempo, dargli le spalle dicendogli- va’ pure avanti, io mi fermo – e fermarsi lì dove si pensa di avere trovato un po’ di quiete. Ignorare per un po’ che il tempo ci sta portando con sé chissà dove ad ogni suo scatto che genera una nuova poesia, un nuovo racconto, un annuncio.
Ecco, se per qualche oscuro motivo qualcuno sia arrivato a leggere fin qui, Read the rest of this entry »

he-didnt-care-and-neither-did-she-ed-ruscha

Preferirei di gran lunga raccontarle
le poesie
sgrammaticate
s-
     re
                 o
g

               late

al suono delle scarpe
darle via, all’aria
come polvere da un tappeto
ai cambi di stagione.
Finire e
- tutto finisce sempre
                         in un verso -
alle mie  spalle, lasciare  tutto pulito.

studio-di-george-dyer-allo-specchio-francis-bacon-1968

 

hai anche tu la sensazione
che la poesia
sia solo il finale
di una storia
che è in sé
un’altra storia (?)

anselm-kiefer-naglfar-1998

 

Pare che sia nelle città che tutto inizi
tutto finisca.
È lì che s’ammuffano gli incontri, decadono
gli amori, le strade silenziano i respiri.
Dalle città non ci si muove
non si rimane, ci si lascia ingoiare
                                                   medicina amara.
È lì che la corda della vita
si ferma sempre
a un soffio dall’esistenza, ed é questo
che decide il risvolto delle storie:
nelle città si accade, e nessuno se ne accorge
se non nel futuro nero su bianco.
Poi -tutti a letto- a respirare con le branchie
le proprie circonferenze d’acqua
nei segni.
Tutti, nella stessa identica terra di sciamani.

collection-automne-hiver-2003-4-nicole-tran-ba-vang

 

Il cicaleccio del frigo
in cucina
il mio travestimento
intellettuale:
estate
per tutte le stagioni

picasso-rest

 

un tramonto aspetta dietro la collina
c’è della polvere nel raggio che cade
presto si poserà sul tavolo in un ricordo
la penna già muore nelle dita
e nella sera che segue
Scrivo queste poche righe
in quest’ultima luce che conosco
e che si lascia
nella calma decisa dell’abbandono

jasper-johns-fool-house_1962

 

( il cielo ora si sfoglia nel quasi buio, non piove più)

                                                         [ torna a scrivere]

“Voi, ombre,
se sono qui a scrivervi non è per quella solita malinconia
di cui voi tutte andate fiere.
Questa che vi scrivo è solo la mia disillusione
per quel vostro modo di entrare nella poesia, per come
la lasciate a macerare fra ombre e dubbi. Ma soprattutto
biasimo quel vostro modo con cui entrate dentro i pori,
la meschina arroganza bi-dimensionale con cui pensate di competere
con la chiarezza del buio nell’oltre della parola buio…”

Questo lo avevi scritto. Volevi dire prepotenza nel penultimo verso,
ma forse come un resto della delusione.

                                 [ora invidia lo stand-by delle parole che si lasciano sospese e incerte]

Prima di continuare devi risezionare l’universo in buono e cattivo per metterti
nell’equilibrio di quello che sarà nel prossimo istante:

                             (il punto critico è quello in cui l’acqua diventa ghiaccio
e poi non resta neanche la memoria. )

[Pensa che scrivere una poesia è come dire quello che hai già detto mentre lo vivevi]

procedi su quello che rimane: fai crepe nell’acqua prima che  ghiacci.

john_coltrane_4miles-davis

 

Quando qualche giorno fa ho espresso ad un amico la mia intenzione di scrivere queste poche righe che sto scrivendo ora, lui, pianista jazz, cortesemente e armato di quella tipica pazienza con cui solitamente si cerca di dare una risposta ad un – perché?- di un bimbo,  mi ha scritto in risposta due brevi cenni sul perché questi due dischi rappresentarono due particolari momenti di svolta sia per il jazz che per questi due artisti. Read the rest of this entry »

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