Sarà soltanto un caso, ma ho notato che “back and forth” è un’espressione che ricorre in molte poesie di Philip Levine. Apparentemente non vi è nulla d’insolito o di speciale in queste tre parole, non significano nulla di più di ciò che normalmente vogliono esprimere all’interno di un discorso, nulla, se non l’effetto che mi procurano quando mi capita di ascoltarle o leggerle. Anche in italiano mi piace il modo in cui certi suoni cadano in un verso, o anche solo il suono in sé di una parola, al di là del suo significato. Ad esempio ho sempre pensato che “squadrare” sia una parola educatamente composta nel suo timbro pieno, essa vibra senza scossoni. e la sua linearità o il suo seguire le linee del suo senso si fonde al suono. Infatti quando la si pronuncia sembra che le labbra vogliano racchiudere, delimitare. “Squadrare” è una parola con un dentro e un fuori, e totalmente udibile e visibile nei suoi tanti significati .
Anche “back and forth” ha una sonorità che mi ha sempre attratta. Si apre e si chiude, tirandoti nel suo ritmo da una parte all’altra attirandoti nel suo significato, ma non solo. “Back and forth” nella sua traduzione letterale è “indietro e avanti”, dunque pur essendo del tutto simile nel senso alla medesima espressione “avanti e indietro” con cui solitamente lo traduciamo indica però, rispetto ad un punto in cui si è, un movimento esattamente e curiosamente contrario a quello che compie il suo equivalente in italiano.
Onestamente non so se sia ortodosso poter fare di un semplice e forse comunissimo modo di dire la chiave d’interpretazione di un poeta, ma è esattamente quella che intendo utilizzare perché ciò che Levine fa nelle sue poesie è andare “indietro e avanti”, facendo della memoria un elemento essenziale del suo sguardo sul presente. Infatti il punto di snodo da cui si dipana la sua poetica è quasi sempre il passato, privato però di ogni nostalgia. Il passato in Levine è un non dimenticare, è continuare a leggervi attraverso, la propria vita, quella degli altri che l’hanno incrociata. Il passato è un tempo che prosegue, che non abbandona. La vita ha un’essenza migrante in cui il passato si colloca come porto di partenza, una radice che affiora nella quotidianità del presente, un filo che conduce al futuro, che concede la misericordia di una speranza anche dove sembra non poterci essere.
Leggere una sua raccolta è accomodarsi su una poltrona e farsi portare indietro e avanti nel tempo sfogliando un album di fotografie.
Gli sfondi sono quelli di Detroit o di Fresno, dove l’America passa, sporca di fabbrica e senza i sogni levigati dell’American Dream.
Lo sguardo di Levine, con i suoi versi liberi che ricordano il minimalismo carveriano di cui tanto si sta parlando in questi giorni, non si posa però sulla provincia attonita e chiusa nel suo microcosmo descritta da Carver. La sua poesia ha i rumori delle grandi strade trafficate, gli odori delle piccole cucine, ha la ruvidezza degli abiti di poco prezzo, la luce fioca delle stanzette di periferia alle prime ore dell’alba, o quella che illumina tristemente la notte e che è solo un presagio di un identico domani.
L’America di Levine è quella disincantata delle catene di montaggio, quella dei turni di lavoro che si susseguono, quella che si aggrappa alla propria stanchezza come unico riscatto, è quella che interpreta l’anonimo ruolo di comparsa nell’altra America che giganteggia e sembra ignorarla, quella in cui il presente non ha altra immaginazione oltre se stesso e solo una pallida proiezione nel futuro in cui il vivere diventa sopravvivenza.
È con la raccolta “What Work is” che Levine vince il National Book Award nel 1991. Con “The Simple Truth” riceve il Premio Pulitzer . E la voce di Levine non è una voce comoda. I suoi ideali anarchici, la rabbia che si erge a difesa di quella parte della società più debole e indifesa , ne fanno un poeta fuori dagli schemi. Levine mantiene sempre vivo il passato di un’infanzia da figlio di emigranti, il prezzo pagato col lavoro, unico mezzo per sostenere le spese degli studi, e non dimentica neanche le sue origini ebraiche in un’America sempre in corsa che non concedeva nulla. Una poetica la sua, i cui temi dunque sono vissuti dal di dentro e affrontati con una lucida e moderna spiritualità in cui i versi, dal suono spezzato che ricorda gli schemi della musica jazz, non aggrediscono se non su un piano emotivo inducendoci a riflettere.
Le immagini, quasi fotografiche, delle sue poesie ci trascinano con potente semplicità nelle situazioni e in un’epoca che sembra ripetersi all’infinito non per prenderne atto dall’esterno, ma per aprirci dubbi e domande su ciò che pensiamo essere “America”.
Che dire di più se non augurarsi che la nostra editoria possa rimediare ad una grande mancanza e, come ha recentemente fatto con John Ashbery, renda onore con una raccolta antologica ad uno dei grandi vecchi viventi della poesia americana :Philip Levine.
What Work Is
We stand in the rain in a long line
waiting at Ford Highland Park. For work.
You know what work is -if you’re
old enough to read this you know what
work is, although you may not do it.
Forget you. This is about waiting,
shifting from one foot to another.
Feeling the light rain falling like mist
into your hair, blurring your vision
until you think you see your own brother
ahead of you, maybe ten places.
You rub your glasses with your fingers,
and of course it’s someone else’s brother,
narrower across the shoulders than
yours but with the same sad slouch, the grin
that does not hide the stubbornness,
the sad refusal to give in to
rain, to the hours wasted waiting,
to the knowledge that somewhere ahead
a man is waiting who will say, “No,
we’re not hiring today,” for any
reason he wants. You love your brother,
now suddenly you can hardly stand
the love flooding you for your brother,
who’s not beside you or behind or
ahead because he’s home trying to
sleep off a miserable night shift
at Cadillac so he can get up
before noon to study his German.
Works eight hours a night so he can sing
Wagner, the opera you hate most,
the worst music ever invented.
How long has it been since you told him
you loved him, held his wide shoulders,
opened your eyes wide and said those words,
and maybe kissed his cheek? You’ve never
done something so simple, so obvious,
not because you’re too young or too dumb,
not because you’re jealous or even mean
or incapable of crying in
the presence of another man, no,
just because you don’t know what work is.
(Philip Levine)
Cosa è il lavoro
Fermi sotto la pioggia in una lunga fila
aspettando alla Ford Highland Park.* Per il lavoro.
Tu sai cosa è il lavoro- se sei
vecchio abbastanza per leggere questo tu sai cosa
è il lavoro, sebbene puoi non saperlo.
Dimentica te stesso. Questo parla dell’attesa,
spostandosi da un piede all’altro.
Sentendo la pioggia sottile cadere come nebbia
fra i tuoi capelli,confondendo il tuo sguardo
tanto che credi di vedere tuo fratello
un po’ più avanti, forse dieci posti.
Tu strofini gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun’altro,
che si stringe nelle spalle più
di te ma con la stessa curva triste, la smorfia
che non nasconde l’ostinazione,
il triste rifiuto di arrendersi alla
pioggia, alle ore sprecate nell’attesa,
sapendo che in qualche posto là davanti
un uomo sta aspettando di dire, “No,
non assumiamo oggi,” per un qualsiasi
motivo gli passi per la testa. Tu ami tuo fratello,
ora all’improvviso puoi a stento sostenere
l’amore che ti sommerge per tuo fratello,
che non è accanto a te, né dietro o
davanti perché lui è a casa cercando
di smaltire dormendo un miserabile turno notturno
alla Cadillac così da svegliarsi
prima di mezzogiorno per studiare il suo tedesco.
Lavora otto ore a notte così può cantare
Wagner, l’opera che tu più odi,
la peggior musica mai ideata.
Quanto tempo è passato da quando gli hai detto
che lo ami, abbracciato le sue spalle larghe,
spalancato gli occhi e detto quelle parole,
e forse baciato su una guancia? Tu non hai mai
fatto qualcosa di così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane o troppo stupido,
non perché sei geloso o perfino un mascalzone
o sei incapace di piangere alla
presenza di un altro uomo, no
solo perché tu non sai cosa è il lavoro.
*Primo stabilimento per le auto a catena di montaggio nei pressi di Detroit . Ora residenza storica del Michigan.
Unholy Saturday
Three boys down by the river
search for crawdads. One has
hammered a spear from a
curtain rod, and head down,
jeans rolled up to his knees, wades
against the river’s current.
Barely seven, he’s the most
determined. He’ll go home
hours from now with nothing
to show for his efforts except
dirt and sweat and that residue
he’s unaware of sifting
down from a distant sky
and glinting like threads
of mica across his shoulders.
In the distance someone keeps
calling the names of the brothers
in the same order over
and over, but they don’t hear
what with the river bank gorged
with blue weed patches and all
the birds in hiding. Perhaps no
one is calling and it’s only
the voices of the air as
the late light of June hangs on
in the cottonwoods before
the dark gets the last word.
(Philip Levine)
Un sabato profano
Tre ragazzi giù lungo il fiume
In cerca di aragoste. Uno ha
ricavato una fiocina da un
bastone per le tende, testa bassa,
i jeans arrotolati sulle ginocchia, avanza
a fatica nella corrente del fiume.
Sono appena le sette, lui è il più
determinato. Andrà a casa
ore e ore dopo di adesso con niente
che mostri i suoi sforzi a parte
lo sporco e il sudore e quel residuo
di cui è ignaro setacciato
giù da un cielo distante
e che luccica come filamenti
di mica sulle sue spalle.
Da lontano qualcuno inizia
a chiamare i nome dei fratelli
nello stesso ordine più
e più volte, ma loro non sentono
cosa con lo sciabordare del margine del fiume
intorno alle chiazze di erbaccia blu e tutti
gli uccelli che si nascondono. Forse
nessuno sta chiamando ed è solo
il vociare dell’aria mentre
la tarda luce di giugno si aggrappa
ai cottonwoods* prima
che il buio abbia l’ultima parola.
* un tipico albero del Nord- America
The Two
When he gets off work at Packard, they meet
outside a diner on Grand Boulevard. He’s tired,
a bit depressed, and smelling the exhaustion
on his own breath, he kisses her carefully
on her left cheek. Early April, and the weather
has not decided if this is spring, winter, or what.
The two gaze upwards at the sky which gives
nothing away: the low clouds break here and there
and let in tiny slices of a pure blue heaven.
The day is like us, she thinks; it hasn’t decided
what to become. The traffic light at Linwood
goes from red to green and the trucks start up,
so that when he says, “Would you like to eat?”
she hears a jumble of words that mean nothing,
though spiced with things she cannot believe,
“wooden Jew” and “lucky meat.” He’s been up
late, she thinks, he’s tired of the job, perhaps tired
of their morning meetings, but when he bows
from the waist and holds the door open
for her to enter the diner, and the thick
odor of bacon frying and new potatoes
greets them both, and taking heart she enters
to peer through the thick cloud of tobacco smoke
to the see if “their booth” is available.
F. Scott Fitzgerald wrote that there were no
second acts in America, but he knew neither
this man nor this woman and no one else
like them unless he stayed late at the office
to test his famous one liner, “We keep you clean
Muscatine,” on the woman emptying
his waste basket. Fitzgerald never wrote
with someone present, except for this woman
in a gray uniform whose comings and goings
went unnoticed even on those December evenings
she worked late while the snow fell silently
on the window sills and the new fluorescent lights
blinked on and off. Get back to the two, you say.
Not who ordered poached eggs, who ordered
only toast and coffee, who shared the bacon
with the other, but what became of the two
when this poem ended, whose arms held whom,
who first said “I love you” and truly meant it,
and who misunderstood the words, so longed
for, and yet still so unexpected, and began
suddenly to scream and curse until the waitress
asked them both to leave. The Packard plant closed
years before I left Detroit, the diner was burned
to the ground in ‘67, two years before my oldest son
fled to Sweden to escape the American dream.
“And the lovers?” you ask. I wrote nothing about lovers.
Take a look. Clouds, trucks, traffic lights, a diner, work,
a wooden shoe, East Moline, poached eggs, the perfume
of frying bacon, the chaos of language, the spices
of spent breath after eight hours of night work.
Can you hear all I feared and never dared to write?
Why the two are more real than either you or me,
why I never returned to keep them in my life,
how little I now mean to myself or anyone else,
what any of this could mean, where you found
the patience to endure these truths and confessions?
( Philip Levine)
I due
Quando lui esce dal lavoro alla Packard, s’incontrano
all’entrata di una tavola calda sul Grand Boulevard. Lui è stanco,
un po’ depresso, annusando l’odore dello stremo
nel suo stesso fiato, la bacia teneramente
sulla guancia destra. Inizio aprile, e il tempo
non sa decidersi se questa è primavera, inverno o cosa.
I due guardano all’insù verso il cielo che
non svela niente: le nuvole basse si sfilacciano qui e là
e lasciano sottili strisce di un azzurro paradiso puro.
Il giorno è come noi, pensa lei; non sa decidersi
cosa diventare. La luce del semaforo sulla Linwood
da rosso diventa verde e le macchine ripartono,
così quando lui dice, “Cosa ti piacerebbe mangiare?
lei sente un’accozzaglia di parole senza senso
anche se rese spiritose da cose per lei poco credibili,
“costi piacere”, “beh mangiare.”(1) Lui ha fatto
tardi, lei pensa, è stanco del lavoro, forse
stanco di quei loro incontri mattutini, ma quando lui si curva
in avanti e tiene aperta la porta
per farla entrare, e il denso
odore di bacon che frigge, e delle patate
li accoglie entrambi , e facendosi animo lei entra
scrutando nella densa nuvola del fumo di tabacco
per vedere se “il loro separè ” è libero.
F. Scott Fitzgerald ha scritto che non ci sono
secondi atti in America (2) , ma lui non ha mai conosciuto
quest’uomo né questa donna e neanche qualcuno
come loro se non quando faceva tardi in ufficio
per verificare il suo famoso unico slogan.” Ti manteniamo pulito
a Muscatine”(3) sulla donna che gli svuotava
il cestino dei rifiuti. Fitzgerald non ha scritto mai
alla presenza di qualcuno, ad eccezione di questa donna
nella sua uniforme grigia, che andava avanti e indietro
passando inosservata perfino in quelle sere di dicembre
quando lavorava fino a tardi mentre la neve cadeva silenziosa
sui davanzali e sulle luci fluorescenti
che si accendevano e spegnevano. Ritorna a quei due, tu dici.
Non a chi ha ordinato le uova affogate, chi ha ordinato
solo un panino e un caffè, chi ha diviso il bacon
con l’altro, ma a cosa ne è stato dei due
quando questa poesia è finita, chi ha preso fra le braccia l’altro,
chi per primo ha detto “Ti amo” e intendeva proprio quello
e chi ha frainteso le parole, desiderate
così tanto, e tuttavia ancora così inaspettate, e ha cominciato
ad un tratto ad urlare e a imprecare finché la padrona
non ha chiesto loro di uscire. Lo stabilimento della Packard chiuse
anni prima che io lasciassi Detroit, e quella tavola calda fu buttata
giù nel ‘67, due anni prima che il mio ragazzo più grande
volò in Svezia per sfuggire al sogno Americano.
“E gli amanti?” mi chiedi. Io non ho scritto niente di loro.
Pensaci. Nuvole, macchine, semafori, locali, lavoro,
una scarpa rigida, East Moline,uova affogate, il profumo
del bacon fritto, il caos delle parole, il gusto speziato
del fiato esausto dopo otto ore di lavoro notturno.
Puoi capire di cosa ho avuto paura e non ho mai osato scrivere?
Perché quei due sono più reali di te o di me?
Perché non sono mai tornato sui miei passi per trattenerli nella mia vita?
Quanta poca considerazione ho ora di me stesso o di chiunque altro?
quale senso dovrebbe avere ognuna di queste cose? dove abbiamo trovato
la pazienza di resistere a queste verità e a queste confessioni?
(1) -”ebreo di legno” e ” carne fortunata” nel testo originale
(2) – There are no second acts in American lives. [F. Scott Fitzgerald -The Last Tycoon]
(3) – Slogan scritto da F. Scott Fitzgerald per la Muscatine Steam Laundry
(trad. lisa)



5 comments
Comments feed for this article
Novembre 3, 2008 a 7:41 pm
Anonimo
avanti e indietro o back and forth hanno lo stesso ritmo. Partono aperte e chiudono alla fine. Il movimento alternato della bocca, aperto-chiuso, rimanda al significato
Novembre 3, 2008 a 9:00 pm
lisa
Nulla da eccepire su questa tua precisazione, ti ringrazio di averla aggiunta. Io condideravo oltre il suono anche un’ ipotetica posizione di partenza ( il presente in cui Levine scrive) come punto centrale di un’altrettanto ipotetica linea temporale in cui troviamo passato-presente- futuro. L’ho usato come spunto e l’ho fatto ( scelta sindacabilissima) perché la poetica di Levine, a mio parere, non ha nulla di oracolare,ma ha piuttosto un percorso narrativo verso il futuro che nasce soprattutto dalla memoria e che questa ha un peso rilevante.
grazie
lisa
p.s grazie anche della seconda precisazione. confesso che un commento anonimo ne ne avevo mai avuti e per un attimo la cosa mi ha destabilizzato. :-)
Novembre 3, 2008 a 8:26 pm
rodolfo
l’anonimo di sopra sono io.
(rodolfo)
Maggio 20, 2009 a 2:19 pm
cinzia
Ciao, ti ho cercata e non trovata su facebook per dirti che le tue traduzioni di Levine sono strepitose e che le userò in classe. Grazie
Maggio 20, 2009 a 4:07 pm
lisa
Infatti non sono su fb,ma sono qui, e contenta che Levine venga apprezzato. Anzi ti anticipo che spero di poter mettere qui altri suoi testi tratti da “the Simple Truth” e “The Mercy” . Quest’ultima, su dichiarazione di Levine stesso, sembra sia stata molto influenzata dalla lettura del nostro Cesare Pavese.
grazie cinzia.
lisa