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è una questione di latitudine
o di colori credo, e qui c’è troppo mare
e troppa terra che mi tiene in un pugno
e che mi tace
-cosa potrei dire?-
metto in ordine, sono brava in questo,
qui il mare, lì le colline
un’impiegata della visione
ma a volte quando mi addormento
vorrei sognare
di essere nel sogno del sogno di un viaggio in Italia,
ecco sì, nel desiderio del desiderio
un dito che scorre la cartina,
l’unghia che aderisce al golfo
e una voce che dice – è poesia!-
Il giorno che ho letto una mia poesia,
c’erano solo le mie scarpe
e almeno dieci sigarette nei polmoni
tutto il resto è evaporato nell’aria
in una solitudine immensa
di pietra cava
ma era luglio
(o dicembre),
ed era sera
e in luglio
( o settembre)
il buio che spegne il giorno
fa lo stesso suono
e anche i luoghi. si confondono
nelle ore
e quel giorno che giorno era? era un’isola?
una città?
una casa?
la mia stanza?
la mia voce trattiene ancora la poesia
come una stella scaduta già da tempo
(non ricordo se nel ‘74 o nel 2000)
e comunque era abbastanza.
Cadeva, ma non era cadente.
una la scrissi
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio
dopo aver riletto tutte la poesie d’amore
che avevo scritto
guardando l’arruffarsi delle lettere
i ghirigori elettrici
la loro ridicola ostinazione a volteggiare
fra metafore ruffiane
capii che i poeti non lo dicono
ma le scrivono a se stessi
quando si sentono la vita addosso
o anche la morte
e allora compresi che
non c’era da farsi troppe illusioni
sull’esistenza dell’amore
ma anche che ne avrei scritte ancora
perché l’amore nei poeti è roba di tutti i giorni
da ruminare
triturare tri-turare tri-turare
moltiplicare in mille coriandoli
in milioni di milioni di gocce di un triste temporale
e poi in miliardi di miliardi di parole.
È un bisogno liquido, è l’amore da ingoiare.
I medici lo chiamano effetto placebo
Prima o poi scriverò del mio corpo
della cicatrice
sul dorso della mano destra,
della sua forma
che non so perché
ma mi ricorda una chiesa medievale,
della rugosa oscurità al tatto,
della genialità
nascosta nella sua imperfezione
Saranno versi da sbrogliare
e poi tesi
al femminile
e non dirò che caddi dalla bici da bambina
poi parlerò del resto
senza la lente della poesia
dirò solo ciò che è vero nel vero
nei gesti banali e quotidiani
di come sa muoversi bene questo corpo
ad esempio dopo aver lasciato le buste dei rifiuti.
Io, sola, di sera, a un passo dalla notte
la strada vuota. Io col naso all’insù che annuso
le stelle. Ho una forza così enorme
da penetrare il buio e lasciarlo intatto.
Questo mio corpo è così forte
che quando il buio l’assale lo lascia intatto.
Mi interessa sempre meno la gente
preferisco sempre più gli oggetti,
e tutto quanto è inanimato, chiamala pure masturbazione,
ma mi ritrovo spesso a fissare
cose banali: uno strofinaccio
che se ne sta lì appeso ad un chiodo,
il contorno della luce che si sgretola nell’ombra
una carta gettata in terra,
una sedia, una strada
le guardo queste cose e
sento che stanno dicendomi qualcosa
e che sono
in attesa di una mia reazione
la nostra è una conversazione
fra silenzi in cambio del silenzio:
è un dichiarato intento di non-conoscenza
e anche la punta di un coltello diventa inoffensiva,
perfino una Beretta 9000 S
mi riporta ad un verso, a una poesia
Mi ci sono voluti anni prima di scrivere
la parola cazzo in una poesia. Solo una volta
ci andai molto vicina, poi la cancellai
per quella strana rima che creava
ma quando poi la scrissi mi sentii come
un Poeta Laureato. Aveva
il suono tenero, biascicato e un po’ insolente
che avevo io quella volta da ubriaca. Attesi il plauso
un’ovazione in virtù del cambiamento, attesi l’entrata
in grande stile fra i poeti che fanno tendenza
ma non accadde niente, come sempre.
Ma forse quel giorno c’era troppo sole
ed io parlavo di nuvole del cielo e dell’azzurro.
Non c’era neanche una parentesi
di avanguardia.
La prima cosa, senza un ma o un per piacere,
è stata di non usare le maiuscole
- è come urlare dritto nelle orecchie -
e della poesia? rimase nulla, si perse
noce acerba
schiacciata dal rimprovero spicciolo
si perse
come se invece fosse stata
a malapena inutilmente sussurrata,
più tardi dalla rabbia
ho scritto qualche verso, neanche lo ricordo.
Forse non è sempre
solo questione di dimensione e
nelle parole qualcosa resta fuori.












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