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Non sempre, quasi mai, ma ci sono volte
in cui leggere m’annoia.
M’annoia la pretesa che c’è nella parola.
Non sempre, quasi mai, ma ci sono volte
in cui scrivere m’annoia.
M’annoia il pretesto che c’è nella parola.

M’annoia l’accadere che si scuce dal reale
in un nulla che accade

 

Ah! che gran fortuna incrociarci sconosciuti
nel magico crepuscolo,
io, salda sui miei piedi passo dopo passo,
da un punto all’altro dei paesi
a mettere le onde in fila alla maniera di certi versi
con il naso perso nella presunzione
di mettere in rima “mare” Read the rest of this entry »

 

                   ” Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non
                     correre dietro al treno,non agitare a destra e a sinistra il capo
                   in cenno di saluto come fanno le altre città, quando le lasci-svanire
                   in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita”
                                              

                                             (da- “Il giunco mormorante”- Nina Berberova”)

 

 

Ci sono milioni e milioni di scatti come questo,
altri visi, altri sfondi, altri vent’anni. Foto come queste
foderano i fondi di cassetti, diventano invisibili presenze,
l’arredo di una stanza.
I vent’anni sono sempre un gran casino
sono il caos, e niente di originale: i vent’anni si somigliano tutti in fondo.
Unico segno distintivo? il permanere della loro confusione,
la nebulosità in cui
restano.
Il loro è uno stato aeriforme
si contraggono, si dilatano, si modificano,
è così,
e poi diventano - a vent’anni…- un’epoca senza data,
e poi una trama, da ricordare
da raccontare.
Questa è una mia foto. A vent’anni.
E sarebbe facile a questo punto iniziare a scrivere una storia. Ma non c’è una storia.
E in questa foto il soggetto non sono io, né i miei vent’anni,
né un pregio ha la foto in sé che possa renderla particolare:
ha chiaroscuri troppo acquosi che sembrano sul punto di svanire
dal ruvido del foglio da disegno, una guancia sfinisce in un abbaglio,
sono vent’anni che erano già vecchi al momento stampa,
già tesi al logorio del tempo.
Eppure è una foto che, forse in modo del tutto casuale e
mescolando tutte le sue evidenti pecche,
mi crea il disagio di uno sfacciato outing di un pensiero
che in modo misterioso e oscuro diventa percepibile.
Il modo in cui vorrei scrivere è in questa foto. È lì, oltre ciò che appare.
Oltre l’immagine.
Che sia una poesia, una storia, purché sia qualcosa non in posa,
che sappia vincere il duro delle ossa,
e che liberi le vene dal pulsare liquido del sangue, che abbia il rigore della pietra
e che sconquassi ogni senso di bellezza nel disordine delle trecce,
e nell’ inconsapevole armonia degli elastici
che con uno sfregio ne trattengono l’intreccio.
In questa foto non so perché, non so come,
ma si è fermato tutto ciò che dello scrivere e della poesia mi sfugge,
tutti i perché e i come che l’annebbiano,
i perché e i come domarne i meccanismi.- è così-. In questa foto
non c’è la tentazione di guardare l’obbiettivo
per poi adeguarmi all’immagine capovolta
di una me stessa che non riconosco.
C’è uno straniamento senza contendenti e senza eventi.
C’è una calma senza difesa.
Un semplice claustrofobico istante
in cui tutto si compie, o forse niente.
È una piena e totale e perfetta banalità di un attimo
di cui cerco le parole e non le trovo .

 

è solo l’agitarsi di un capello
il volo di vento tra le onde
il cerchio d’acqua che scompare
il ronzio d’api fra le stelle
l’uso composto- scomposto
dal grigio smorto della penna
a distinguere l’uno dall’altro

 

Del primo non te ne accorgi. È un pacchetto di sigarette vuoto
che ti fa uscire. Il giorno: un vagito
che proviene da dietro la collina. L’attesa del mare:
un respiro paziente, uno sguardo senza compassione.
Tutto sembra pronto, come prima dell’inizio di una lezione
la stessa tensione, le stesse prove di odori, gli stessi tentativi di rumori.
Dalla spiaggia il mare sembra buono, una cosa senza trucchi
l’evidenza di un fatto che non dà da pensare, come quando dici che ci credi.
Quando ritorni sui tuoi passi, col mare ci riempi la borsa della spesa,
ci riempi le parole che dici, le parole che ascolti, e via via tutte le ore fino a sera
quando prima di dormire, hai l’abitudine di guardare il tempo.
Segna : 00.00 - è un buon segno- pensi, come se avessi fatto solo un brutto sogno.

 

Meno foglie meno verde
meno luce meno voci
e nell’aria, il solito resto del tempo

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Più o meno un anno fa ho terminato di scrivere questa cosa. Da allora il suo destino ha preso uno strano verso in cui si avvicendavano stati nebulosi ad altri più limpidi, e in cui la direzione che avrebbe preso non era mai certa. Ora credo che sia giunto il momento di “lasciarlo andare” per essere coerente con quello che spesso mi son ritrovata a dire ad amici e amiche che, come me con “La dislessia delle cose” ,finivano col trattenere a tempo indeterminato alcune cose scritte, mescolando in un ambiguo unico sentimento  un senso di fallimento a quello di sereno appagamento.
In parte l’ho già proposta qui, e il suo “destino senza alcun destino” è un altro piccolo tassello nella mia esperienza nel mondo della poesia da cui ho imparato qualcosa. 

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Il capitare dei gesti non è cosa da poco.
È che poi diventi il tuo gesto.
Diventi la traccia che non conosci ,
il passo che non vedi
e che lasci
quando ripeti l’ora che ti riporta a casa
e chiudi la porta su quella che non sai.

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