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The snow man
One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;
And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter
Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,
Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place
For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.
L’uomo di neve
Si deve avere una mente fredda
per apprezzare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,
e aver avuto freddo a lungo,
per scorgere i ginepri puntuti di ghiaccio,
gli abeti irruvidirsi nel lontano luccichio
del sole di Gennaio; e non pensare
ad alcuna pena nel suono del vento,
nel suono delle poche foglie,
che sono il suono della terra
colmo dello stesso vento
che sta soffiando nello stesso vuoto
per chi ascolta, per chi ascolta nella neve,
e, lui stesso niente, guarda
niente che non c’è e il niente che è.
trad lisa
Questo il link del bellissimo post a cui non ho saputo resistere:
http://rebstein.wordpress.com/2008/08/17/the-snow-man-di-wallace-stevens-di-gianluca-dandrea/
Vi lascio per un po’, pochi giorni o forse più,ora mi riesce impossibile quantificare se non in quella indefinibile dimensione in cui questo posto mi mancherà.
Ecco perché questo è solo un arrivederci.
di farne combaciare un lato, quello con la scritta “MoKA”, con la linea
d’ombra netta del tendone che divideva il tavolino in due.
Il bianco scintillante di MoKA smise il suo brillare scomposto e si spense.
Bevve il caffè e rimase per qualche minuto
ad osservarsi i piedi. Cercò di tenerli perfettamente immobili,
finché le divennero estranei
come se non le appartenessero. Svuotati da se stessa.
Poi spostò la tazzina vuota da qui a lì
dove il sole batteva nitido. Guardò il residuo di zucchero
brunito dal caffè che mimava la sua bocca
stamparsi in una invisibile parola sul bordo. Lungo la strada,
il flusso della folla stordiva di passi
i ciottoli irregolari. Fissò le persone che si muovevano
s’incrociavano, si spostavano da qui a lì. Riempiendo la triste desolazione dei vuoti
che altri avevano lasciato. Da qui a lì senza sosta.
come se andare in una qualsiasi direzione riuscisse a cambiare lo stato delle cose.
Quando si alzò, dopo aver mosso pochi passi, si voltò
a guardare la sedia immobile e vuota come un’impronta
e sperò che, se la realtà era vera, anche la tristezza da qui fosse rimasta lì.
“
…”
Anche se uso sempre lo straccio giusto
un detergente veramente eccezionale
e mi ostino a tenere tutto ben pulito
trovo sempre tracce di me sul pavimento
Continuo a cercare la solidità dei muri
una specie di rimborso spese,
qualcosa che faccia poi tornare i conti
quello che chiedo è questo: un segno da toccare
qui invece tutto sta per precipitare
fra le grinze profumate dei miei discorsi al mare
e s’alza solo polvere del sogno che mi teneva in piedi.
A volte guardo nel mio armadio,
c’è solo vanità e gonne bianche, faccia a faccia
nella calma inquieta di chi non sa capire
se deve arrendersi in silenzio o gonfiarsi come una vela
abbandonando nel disordine l’ambiguità della mia stanza
Sì, andare via lontano, in un posto che non è adesso
lontano, anche dall’inutile rumore di questi versi
Come si vive male siamo come in disarmo
siamo navi,velieri e solo una bolla d’aria ci tiene a galla.
A dircele le cose si sente uno stridio di ferro,
uno scricchiolare di legni antichi che stanno per marcire.
In disarmo sono le bocche, le braccia, le gambe
e gli occhi scrivono ormai poesie
di rotte immaginarie verso luoghi inesistenti
e il tempo e anche l’amore sono fame che corrode.
Siamo in disarmo. Spettatori già assenti in un margine di storia.






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