[ To me, fair friend, you never can be old,
For as you were when first your eye I eyed,
Such seems your beauty still...] *
Se fossi…io sarei un accordo di chitarra, la passione, la solitudine, il corpo nudo, la piega del lenzuolo, la stanza di un motel, sarei Jane, Suzanne, Marianne, la prostituta, sarei quella abbandonata e quella che abbandona, sarei la riva, il mare, sarei un modo per dire addio, sarei il futuro, e una strada. Sarei qualsiasi cosa viva in un suo verso. Sì, sarei una canzone che esce dalla sua gola.
E quando Leonard Cohen si presenta sul palco tutto quello che sarei stata si è concentrato in un solo punto, quello dove le emozioni si dilatano a dismisura, e il respiro si ferma per un istante infinito e la piazza si svuota e tutto tace, e il mondo diventa una linea retta che inizia da te e finisce lì dove lui si ferma per salutare le migliaia di persone in cui tu ti sei moltiplicata: tu sei la bionda che ti siede accanto, il gigante col cappello che ti è davanti, sei la coppia che si bacia qualche fila più in là, l’uomo con la barba, il ragazzo con la camicia, la signora con gli occhiali.
Mille e mille te sono lì,col cuore in gola che batte un’unica attesa.
Ed io l’aspettavo così tanto da non sapere più quanto, forse solo perché dalla prima volta che la sua voce ha invaso la mia stanza lui, la sua musica, le sue poesie non erano mai più andati via e l’attesa stessa -un giorno, chissà… – si era fusa alla sua presenza.
Lui sembra sapere, sembra sapere come la vita sia il sovrapporsi delle cose e non il loro scorrere, sembra sapere come ogni fine coincida con un inizio. E quando intona “Dance me to the end of love” sembra proprio che sia il suo modo per dire che in quel preciso istante siamo lì, magicamente tutti nello stesso punto. Fuori dal caos.
Non delude. La sobrietà della sua figura, il borsalino calato sulla fronte, il sorriso che gli solleva l’angolo sinistro della bocca, il panciotto grigio, il laccio di cuoio a mo’di cravatta si uniscono alla tonalità bassa e inconfondibile della sua voce. È bello.
E Leonard Cohen sembra avere un rapporto particolare con la Bellezza, anzi sembra averne compreso il segreto. Lo si capisce dalla grazia che emana la postura delle spalle, che stringe appena e curva nel cantare, nel modo in cui dirige lo sguardo, nell’umiltà con cui si toglie il cappello per ringraziare ognuno dei suoi musicisti e le coriste: le fantastiche sorelle Webb e Sharon Robinson. E la Bellezza è nella tenerezza maschile del grigio dei capelli corti e appena un po’ scomposti di un vecchio amante che sorride di se stesso.
E noi lì che l’ascoltiamo, mai convinti che tutto questo stia accadendo per davvero. Cohen, dopo quindici anni, è tornato a cantare su un palco e lo fa con la docilità di chi offre ciò che è in grado di offrire: la sua musica, le sue parole. E tu che sei lì, seduto, in piedi , non hai bisogno di altro.
L’intero concerto, quasi tre ore, sembra racchiuso in un incantesimo, una magia in cui la melodia dei brani risuona morbida, struggente nei nuovi arrangiamenti in cui la base jazz è molto più evidente che non nelle versioni precedenti, arricchita da accenti latini soprattutto per la presenza di strumenti come la mandola e la chitarra di Mas Javier, tranne forse quando -Suzanne takes you down to her place near the river… -colma l’atmosfera sospesa della piazza. Suzanne è quella di sempre. Scarna. Intoccabile. Indimenticabile.
La voce di Cohen è senza sbavature, pulita, perfetta, scrostata dal fumo e dall’alcol ancora più calda, semmai questo fosse possibile: ma è l’alchimia che riesce a creare questa figura elegante e la serenità che sembra emanare e che coinvolge tutto ciò che gli è intorno a rendere Poesia questa serata.
Cohen è tornato. Lo fa esibendo una dolce ironia verso se stesso, verso ciò che è stato e ciò che è ora. Il “doo dam dam dam da doo dam dam” scherzoso di una Tower of songs splendida, in cui ripone l’essenza della vita, ne è la riprova. Ma soprattutto giganteggia dal palco il suo rispetto verso chi ora lo ascolta tramutando ogni canzone in un ricordo indelebile. Si china Leonard Cohen verso Javier su Bird on a wire, s’inginocchia cantando I’m your man, e l’unica cosa che potrebbe somigliare ad una verità da dargli per ricambiare quel momento sarebbe sollevarlo e baciare la sua saggezza d’immenso musicista e poeta. Quando recita If it be your will , cantata poi dalle Webb Sisters, la notte è ormai un valzer che ti danza intorno.
E poi ad un tratto, quando vorresti che non finisse mai, e quando le voci dell’intera band si uniscono a quella di Cohen per cantare a cappella l’ultimo brano “Whither Thou Goest” capisci che questa notte è già per sempre.
Le canzoni:
1° parte: Dance Me to the End of Love – The Future – Ain’t No Cure For Love- Bird on a Wire -Everybody Knows – In My Secret Life -Who by Fire- Hey, That’s No Way to Say Goodbye -Anthem
2° parte: Tower of Song – Suzanne -The Gypsy Wife – Boogie Street -Hallelujah- Democracy – I’m Your Man – Take This Waltz
1° bis: So long, Marianne – First We Take Manhattan
2° bis: Sisters of Mercy -If It Be Your Will – Closing Time
3° bis: I Tried to Leave You -Whither Thou Goest
(27-07-2008- Lucca)
* Sonet 104- Shakespeare



7 comments
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Luglio 31, 2008 a 11:22 am
gaja
Lisa, ti ricordi di me? Eravamo insieme in BS. ho letteralmente divorato questo post: il 28 luglio scorso c’ero anche io! ti dispiace se lo linko? Ho qualche foto del concerto scattate da un’amica, e vorrei segnalare anche questo tuo pezzo.
Se ti va di dare un’occhiata al mio blog vedrai che anche io mi sono dilungata sull’evento… ;))
“I was born like this, I had no choice…”
abbracci.
Luglio 31, 2008 a 11:43 am
lisa
Certo che mi ricordo Gaja!!!
Io ero a Lucca. Ma sono convinta che ovunque,in una scatola,in una conchiglia,in una zucca questo concerto sarebbe stato comunque quello che è stato. Memorabile!!!
Sono contenta che tu abbia letto, e ovviamente sì che puoi linkare,non posso che esserne onorata.
Le foto??…nota amara. Non so cosa sia successo alla mia macchina fotografica ma ho perso tutto, tranne brevissimi spezzoni di qualche video.
Dunque vado a leggere e vedere da te.
grazie
lisa
Luglio 31, 2008 a 2:05 pm
gaja
ecco qui, lisa
http://www.sinestetica.net/Cohen_foto#comment-5297
pensa che io ho una rubrica dedicata solo a lui.
che meraviglia, indimenticabile, imperdibile!
un bacio, cara.
a presto!
Agosto 2, 2008 a 2:21 pm
niky lismo
Anche in una recensione (di un concerto, di un libro, di un incontro di sumo)si avverte quanto il cuore possa più della tecnica. Brava
Agosto 2, 2008 a 5:10 pm
lisa
Lascio i giudizi tecnici a chi di dovere, mi resta ancora un po’ di cuore…cerco di usarlo :-)… e a volte si deve.
grazie davvero.
lisa
Agosto 2, 2008 a 10:13 pm
iltrenoavapore
hai saputo dire tutto… (sempre tu brava, off course…)
a lucca non c’ero, troppo vecchio e pigro. da decenni quell’uomo mi affascina, dal primo album (songs in the room?) e m’accompagna…
e sai? stetti quasi male, quasi un amante tradito, quando ho sentito una sua canzone in uno spot pubblicitario per una qualche autovettura… mah, si diventa biliosi ed intolleranti, con il tempo, almeno io…
come sempre, un saluto caro
mario
Agosto 3, 2008 a 8:56 am
lisa
“Songs of Leonard Cohen” fu il primo nel 1967 e di seguito “Songs from a room”. Ascoltai entrambi qualche anno dopo la loro uscita e da quel momento c’è stato sempre un momento in cui una sua canzone inizia a cantarmi in testa.
Non ho assistito a molti concerti, anzi direi pochissimi. l’abbinamento folla-musica mi frena,ma devo dire che un altro pregio di questa esibizione mirabile di Cohen è stato proprio quel suo non intaccare minimamente le atmosfere intimiste della sua musica. La piazza era una stanza.
grazie Mario per la stima.
ciao
lisa