Era caduta in acqua, confusa forse da un riverbero
che sembrava un fiore. Le zampe annaspavano nell’aria.
Le ali agitavano minuscoli maremoti di trasparenza. L’ho guardata
pensando alle solite cose - è il suo destino-
-solo i migliori o chi ha fortuna ce la fa a questo mondo-
L’ape intanto
lottava . Buffo: nelle ali pregne d’acqua c’era la sua vita, e c’era la sua morte.
Non saprei dire quanto avrebbe resistito
perché il piccolo essere buono che vive sottopelle
mi ha spinta al gesto eroico: darle la seconda chance.
L’ape, curva e pesante, ha mosso qualche passo
sul ruvido della terra. Poi eccola in volo.
Il piccolo poeta che vive nell’intrico dei miei capelli l’ha guardata
con tenerezza – l’ape della Poesia eterna è salva.
I poeti potranno scrivere di lei ancora
per fare ancora più infinito l’Infinito-
Ed Emily forse avrà sussurrato
un verso nella sua tomba. Poi il suo cuore
ha smesso un’altra volta di battere.
Lontana, fin dove l’azzardo del volo
l’aveva condotta, l’ape è ripiombata in acqua.
Nuovamente le zampine si afferravano inutilmente all’aria,
ancora le ali disegnavano l’acqua di piccoli cerchi.
Lontana. Irraggiungibile. Come una poesia che non può essere scritta.
Non tutto può essere detto. Non tutto è vertigine del dire. Ci sono cose
che sfuggono alle parole. Come la reale consistenza dello spazio sottile
fra le ali dell’ape e l’acqua, il destino di un oggi qualunque
che tira sul fondo, il suono dell’aria smossa che si perde
nella vita che si gonfia intorno mentre chissà dove,
nello stesso istante qualcos’altro svanisce