È che a volte entro in libreria come un bambino entra in un negozio di giocattoli. Mi aggiro fra gli scaffali senza sapere quale libro prima o poi mi conquisterà. A volte vi entro con un’idea ben chiara, non c’è tempo di attesa. Con piglio deciso cerco il libro fra i tanti. Quando ne sento poi il peso nella bustina ho dentro una sorta di soddisfazione accompagnata però da una sottile delusione: è come se ad un primo incontro si saltasse subito al sesso in una prospettiva d’innamoramento privata della dolcezza del corteggiamento.
Questo libro mi è capitato fra le mani in uno dei miei approcci infantili, alzando gli occhi verso il punto dove alcuni mesi fa avevo trovato alla lettera M “La Strada” di Cormac McCarthy, libro di cui ho già parlato. L’ho tirato giù seguendo, da buona napoletana, l’irrazionalità secondo cui possono esistere posti baciati dalla fortuna, un po’ come quando si ha l’assurda convinzione che se ci si siede nello stesso posto la squadra del cuore vincerà ancora.
Il primo effetto speciale che mi si para davanti è la piccola scritta -il romanzo dei ricordi perduti- in nero, posta in basso sulla copertina rigida completamente bianca e molto chic. Suppongo in prima battuta essere il titolo, ma  poi si rivelerà non esserlo. Il titolo lo leggerò dopo quando nel maneggiare il libro la luce colpisce il bianco satinato e si manifesta il lucido di una scritta anch’essa bianca in un raffinato font -Déjà vu- incastrata fra il nome dell’autore Tom McCarthy e il codice  ISBN. Tutto rigorosamente bianco. Una vera sfida per chi come me ha ormai dovuto rassegnarsi all’uso degli occhiali.
Apro allora il libro e mi ritrovo a fissare due pagine rosse. Rosse, di un rosso che ricorda quello che bordava le pagine dei vecchi taccuini di un tempo, antesignani nostrani dei Moleskine, dove però il droghiere più prosaicamente annotava con cura il dare e l’avere. Incuriosita continuo a sfogliare, e quando finalmente le pagine smettono di sanguinare e una, classicamente anemica, si anima di fitte lettere nere, ecco il successivo colpo di scena. Non solo ho aperto il libro dal lato sbagliato ma anche al rovescio.
Lo rigiro e leggo. È una nota della traduttrice Anna Mioni. Che le sia stato lasciato spazio per alcuni cenni biografici e un piccolo appunto sul suo lavoro fa onore alla casa editrice ISBN-Il Saggiatore.
Una frase mi colpisce. [...] Tom McCarthy è uno scrittore profondamente innamorato della parola coma forma d’arte[...] e questo libro lo dimostra in pieno.-
E nel linguaggio, nella scelta linguistica credo sia riposta la bontà di una scrittura. La trama può essere ingegnosa, avvincente, ben strutturata ma è nel suo amalgamarsi al linguaggio che  trasmette intensità e originalità ad un romanzo.
Raddrizzo allora il verso del libro per leggerne l’incipit, ovviamente non senza aver superato il rosso delle prime pagine.
Prima però c’è un accenno alla trama e una brevissima biografia dell’autore - [...] Déjà vu è il suo primo romanzo- Trattengo quest’ultima frase, in particolare “primo romanzo”. Queste due parole hanno su di me l’effetto di una formula magica. M’incuriosiscono gli esordi, è come se oltre la trama contenessero il segreto di una sorta di pietra filosofale dello scrivere che da fogli e fogli sparsi  riesca a farne libri, e  a dar loro la giusta dignità di uno scaffale in una libreria. Alla lettera M.
Ora, faticosamente e ricordando spesso a me stessa i motivi che mi hanno portato alla lettura di questo libro, finalmente sono giunta alla fine. E dopo questo lungo preambolo non ho molto da dire.
Déjà vu è come uno di quei palazzi che stanno per essere buttati giù. Un attimo prima lo vedi e ti sembra un normale palazzo ben progettato con vuoti e pieni al posto giusto, ma l’attimo seguente lo vedi ripiegarsi su se stesso e svanire in un gran polverone.
Al protagonista di Déjà vu, dopo essere stato colpito da un oggetto, come risarcimento piove dall’alto anche un’enorme somma di denaro.
L’incidente però gli ha provocato anche la perdita della memoria il cui recupero è lento e faticoso. Ma è una crepa sul muro del bagno di un amico a far scattare un particolare ricordo la cui collocazione nel tempo e nello spazio però gli sfugge, ma allo stesso tempo si convince che rappresenta la chiave della sua memoria.
Decide allora di ricostruirlo per filo e per segno mano a mano che il ricordo si amplia di nuovi particolari. La difficoltà di riscrivere questa sceneggiatura di un passato che si ripresenta a chiazze sta nel riuscire a rappresentarlo, dopo infinite reinterpretazioni, fino a farlo aderire alla realtà.
La cospicua somma che ha a disposizione ovviamente gli facilita la realizzazione di questo progetto, che avrà uno scenario, inizialmente sarà un palazzo,  e degli interpreti che lo abiteranno, e  consisterà nella ripetizione dei frammenti del ricordo fino a renderlo fluente e dunque autentico, naturale proprio come quelle scene dei film in cui le sequenze dei gesti, degli accadimenti sembrano ubbidire ad una fluidità che a lui sembra di aver perduto dopo l’incidente, o che forse non gli era mai appartenuta.
I ricordi diventano così materia espansa che lentamente vanno a riempire gli spazi vuoti della mente.
Ed è questa prima parte la più interessante, o forse semplicemente la parte meno ingombrante del romanzo.
La minuziosa ricostruzione cresce intorno alla crepa fino a diventare ossessiva e a tratti senza un senso preciso se non quello di eccedere in effetti speciali, e dopo averne lette decine e decine di quelle che il protagonista chiama reinterpretazioni, ma che in termini di lettura sono decine e decine di pagine in cui si legge e rilegge più o meno la stessa scena in continui start- stop- rewind , stremati si arriva alla domanda che uno stesso personaggio, che compare nelle ultime pagine, farà al protagonista : -Perché?-
Ed ecco che la trama deflagra. Il perché resta imprigionato nel crollo per accumulazione.
L’autenticità del ricordo che serviva al protagonista per credere alla sua stessa autenticità inserita nella realtà resta sommersa dall’inutilità stessa del voler andare indietro in una sorta di somma di fattori dal segno negativo-positivo per cercarne la perfezione: il punto zero, dove la realtà è realtà, e la memoria essenza dell’identità.
L’unico perché che trova una sua giustificazione ben chiara e sensata è quello della impaginazione capovolta del libro che aderisce all’andamento a ritroso della trama. Non abbastanza per farmi dire: ottimo esordio!

Déjà vu – Tom McCarthy- ISBN -Il Saggiatore

http://www.ibs.it/code/9788876380952/mccarthy-tom/deja-romanzo-de.html