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Di queste notti dove si fanno anguste anche le ombre
e curvano d’attesa gli ultimi fiori
e si fa goccia così lenta che avvolge il mondo
di queste mie notti dove l’incedere è un canto sillabato
e non c’è verso che non sia stanco di luce,
di queste mie notti dove fremono maree al canto della luna,
e cercano spiragli fra le tiepidi correnti
di queste mie notti dove sanguina con violenza un desiderio di pace
e si rincorrono passi di albe appena accarezzate,
di queste mie notti dove vibrano i contorni
e sfumano con la rugiada del mattino
di queste mie notti dove si smaglia un senso d’amore in carne
alla ricerca del ritmo sommerso delle alghe
di queste mie notti dove il mondo precipita in una terra inversa
e la ragione ha come dio il profumo delle ginestre
è di queste notti che non so dire…

fonda -sarrazin

Policeman: Why’d you do it, kid?
Robert: Because she asked me to.
Policeman: Obliging bastard. Is that the only reason you got, kid?
Robert: They shoot horses, don’t they?

Se penso a Sidney Pollack penso a “They shoot horses, don’t they? “

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piacsso - girl before a mirror

poi si dimentica senza più la paura di dimenticare
come quando si sa
che ormai è inutile cambiare l’acqua ai fiori
e nell’aria c’è un resto di odore
che non commuove
e che assorbe anche il creparsi dei colori
si dimentica
si dimentica la chiara assenza della voce
tappando le fessure con un altro futuro a farci compagnia
e si fa l’inverno sul nudo delle caviglie
con lo schizzo di una pozzanghera senza il gelo dell’asfalto
si dimentica tutto
anche il suono che c’è nelle strade
quando stiamo vicini a dirci il niente delle parole
come un noi riflesso dal riflesso delle vetrine

ernst hass -nudo

E adesso
io, mare d’inverno
rilego attimi
alle storie dovute ai cirri
condannati al cielo

 

Non vedi? mi tiene forte il semaforo del mare
ferma alla terra a guardarti con comode carezze
come un passar di mano in mano mattoni
sull’infinito ripetersi della stessa onda
per costruire nuove strade
ma non mi muovo, non mi muovo mai
anche quando il tuo sguardo rompe di verde l’orizzonte
forse, in un’ipotesi di vento che mi sollevi

 

ho gli occhi che mi bruciano a furia di cercarti
e perfino queste quattro strade messe in croce
mi sembrano infinite e non mi porteranno a niente
cammino sotto i muri come una ladra
e perdo frammenti delle dita ogni volta
che mi sembra che in una crepa di un mattone
si nasconda una carezza tua non ancora svanita
ho perso la mia ombra a furia di cercarti
e anch’io svanisco a poco a poco

mi sarei fatta palazzo,
grattacielo di cento piani
e tante scale,
un corrimano d’ottone lucente
via -vai di gente
mi sarei fatta cemento e marmo
grigia e fredda, senza un suono
solo per guardarti passare fra la folla

 

fra le gocce dei fari, le automobili
la strada e il silenzio delle insegne
fu il pensiero di quell’unica carezza,
fu quel moto di rivoluzione
quel segno d’indipendenza
della tua mano sulla mia guancia
a salvarmi quella sera
dall’affogare nell’asfalto,
e quell’estro sfuggito chissà come dalle tue dita
avrei potuto anche -forse- chiamarlo amore
se avessi imparato come si nuota nelle città

Volevo dire qualcosa. Ma me ne sto zitta. Le cose non è che si devono sempre dire a voce alta, basta dirsele nella testa. Però bisogna dirsele proprio come se le stessi dicendo a qualcuno. Se le dici per filo e per segno, allora fanno quasi lo stesso effetto di quando le dici ad alta voce. E poi tanto si sa, a chi interessa veramente sapere quello che vuoi dire? Chi ti ascolta? Parlare, dire, questo sì, questo interessa a tutti. Bla bla bla.
Che cielo che c’è oggi. Azzurro. Neanche l’ombra di una nuvola. È pulito, lucido come se ci avessero passato ora ora la cera a specchio. Read the rest of this entry »

Un po’ di tempo fa postai in questo blog una mia poesia dal titolo “La poesia stanca”. Quando la scrissi pensavo alla poesia come a qualcosa di vivo e reale, un accadimento che si attraversa e ti attraversa né più e né meno di tant’altro, e come tutto, come gli amori, le amicizie, gli affetti, i dolori, le delusioni,le gioie e così via, sì come tutto, alla fine logora, stanca.
Ma la stanchezza a cui mi riferivo nella poesia non è dovuta alla fatica che lo scrivere comporta, bensì allo sforzo di pensarla intoccabile, così come vorremmo che fossero inviolabili i sentimenti dalla miseria che in fondo ci accompagna, anche quando questa stessa miseria è il suo e il loro nutrimento. Una sorta di portofranco da noi stessi, e la stanchezza è nella consapevolezza di trovarsi nella propria solitudine e allo stesso tempo il suo difenderla, pensando così di difendere il diritto alla propria individualità. Read the rest of this entry »

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