Guardavo un documentario sui leoni bianchi d’Africa,
guardavo gli animali in quell’essenza d’aria azzurra,
sembravano sciogliersi nella terra
e poi riaffiorare
come cristalli,
un ciclo d’eternità incorrotta, e i leoni erano lì come morbide pietre,
gessi bianchi dell’Essere.
Nel bruno degli arbusti, diceva la voce fuori campo,
per loro non c’è sopravvivenza,
eppure, -in quella luce rallentata
come potrei immaginare una loro assenza?- pensavo,
e pensavo anche a ciò che si dice essere Bellezza:
i leoni, l’inafferrabilità dello sfondo in cui erano fermi, quasi fossero dipinti,
era in quel momento quanto più le si avvicinava.
E non era per il rallenty della regia,
l’angolazione dell’obbiettivo sul candore del pelo,
o la suggestione degli spazi slabbrati dagli orizzonti sudafricani
no, non era per questo
perché anche qui, quando certi tramonti attaccano Torre Paradiso,
e aggrediscono di arancio le sue pietre e poi finiscono in mare
in un lutto di viola
anche qui, quella torre rigida e ferma, inanimata, familiare
sembra entrare nei patti dei colori, nella semplicità
di un inequivocabile equilibrio
con la stessa tragica e ignara prepotenza del bianco dei leoni.
E allora pensavo, se è qui che sono anch’io,
in questo stesso spazio-temporale
perché sembro essere fuori da tutto questo?
dove è in me il leone? dove la torre? dove la Bellezza?
(foto by Francesco Liberti)


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