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Quando piove mi sembra che piova ovunque. I luoghi diventano universo globale, impersonale e allargato fino al limite estremo dei confini. Li immagino stesi come enormi pozzanghere appena tremolanti in superficie, indistintamente grigi e piatti, disciolti fino a formare un’unica pastetta che col passare dei giorni uniforma i colori, gli odori, e perfino la gente. I paesaggi diventano lisci, come se l’abbassarsi del cielo li piallasse. Se piove in primavera all’aria già spugnosa, gravida di umori, si aggiunge una sorta di delusione e, nei piccoli paesi come il mio, anche una patina di silenzio in cui si slarga il frangersi del mare sulla roccia e sulla battigia. Read the rest of this entry »

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Come è ovvio mi capita d’incontrare per caso qualche amico
-CIAO !-
E mi si buttano fra le braccia.
E mi baciano.
BACIO
sulle guance.
È il momento del distacco,
lo spazio che si lacera fra pelle e pelle,
il disamore repentino dei capelli,
la chimica che evapora nella saliva
la pausa d’asfalto che radica i piedi alla terra,
è questo che m’irrigidisce: non so più cosa dire
………………………………………….
È che non so spiegarmi la gioia allenata dei sorrisi,
per trovarmi sarebbe bastato bussare alla mia porta,
e mi chiedo se tutto questo ha un senso
e se anche scrivere non sia come abbracciare l’aria

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Non è me che devi guardare
ma il mastice d’oro, in cui si annulla lo sfondo
e gratta via i luoghi, e la gente.
Ecco è questa l’estraneità che ci appartiene.

Quale migliore stagione per incontrarci, l’uno dell’altro preda,
se non in questa luce
che lacca la lingua e poi c’immobilizza!
Lo vedi distraggo anche le ombre da ogni conversazione
per essere il sedimento che si posa
sul verso della nostra moderna astrazione

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Non chiedermi ora della tristezza
che fa di me una luna, scucita dal cielo,
da un buio, che è già
ed è poco più di un velo
sopra la città di questo futuro che accadrà
nella stanchezza del sapere.
Non chiedermi ora della tristezza:
si misura a spanne di distanze,
come i ferri delle ringhiere che sanno dire
il vuoto che smagrisce la voce
quando un silenzio affusolato e puro mi annienta

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È un giorno uggioso, apatico. Muoversi sembra quasi come andare contro natura, ma poi ti dici che fra un po’ cambierà, non dovresti più farci caso. Dal taxi che ti porta all’aeroporto ad uno ad uno si sfogliano i palazzi, le strade, i marciapiedi. Come pagine di un libro appena letto. Le cose diventano familiari, anche se le vivi pochi giorni, poche ore. Ti sembra quasi che siano tue perché le riconosci. Guardi fuori. Read the rest of this entry »

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E poi la prima luce frattura il buio.
Ma non prendiamoci più in giro,
questa alba è solo un imbroglio!
Mi tinge gli abiti di rosa
mi mette il fresco sulle guance
e poi m’infila nella tasca
questa mappa falsa delle ore
come se il tempo fosse un continente nuovo
Suvvia, è solo un altro giorno!
Si prenderà il fumo delle sigarette
quei certi silenzi - cosa ne sai tu di me, baby?- l’abitudine delle parole
il pensarti con un -ti amo-
il suo suono
che sbatte contro le ossa
come un fendente dal basso di una guerra antica
e poi la prima luce frattura il buio
senza sorpresa e con lo stesso impassibile dolore

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Sarà per la luce che cambia, sarà che non basta più il telefono, la musica, la tv. Sarà che nella tua stanza ci sono troppe eco, troppi silenzi . Sarà per tante cose che forse vuoi staccarti di dosso, o che vorresti ti si appiccicassero sulla pelle, come plastilina per arrotondare  gli spigoli. Per ammorbidire lo sguardo.
Allora decidi di andare al mare, anche se il mare è sempre lì tutto l’anno. Ma quando la primavera arriva ti appare diverso. Un po’ più grande, un po’ più avvolgente. Un divano nuovo. Sembra quasi che voglia scuoterti da un torpore molesto, da quella ruggine che infetta lo scorrere del tempo e t’immobilizza. Si muove languido, sensuale in quel risveglio acceso d’eccitazione e ti sembra di sentirlo sulla pelle  -seguimi… – ti dice- e freme di piacere.
Ti senti toccata, affascinata dalla sua libertà, dalla sua sfacciata indecenza, e hai quasi una sensazione di ribellione e vorresti seguirlo, ma dura poco.
Te ne resti lì in bilico, sospesa e attratta da quel fluire senza direzioni. La curva delle onde è un presagio di avventura, d’ignoto, pensi . – vieni… – continuano a ripetere e ti tentano. La tua inquietudine si addensa.
Diventa un’urgenza aggrapparti all’orizzonte che si staglia lontano e netto. Il suo fascino è nel suo equilibrio, ti dici, è in quel suo essere in armonia con lo stare e l’andare, saper vivere di entrambi. E tu vai lì in primavera a raccogliere quell’ illusione, che forse è anche la tua, di quel filo steso fra l’immobilità del cielo e il vagare senza meta del mare. Read the rest of this entry »

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Mi tengo con la bocca sull’aria…
Steso sui fili di luce, come un futuro,
è già il peso del buio nell’ombra sui muri
é un post-it di quel che presto
sarà già e ancora un altro ieri

torre-paradiso1-francesco-liberti.jpg 

Guardavo un documentario sui leoni bianchi d’Africa,
guardavo gli animali in quell’essenza d’aria azzurra,
sembravano sciogliersi nella terra
e poi riaffiorare
come cristalli,
un ciclo d’eternità incorrotta, e i leoni erano lì come morbide pietre,
gessi bianchi dell’Essere.

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blue-monochrome-1961-yves-klein.jpg

Mi si accende a volte una tristezza
da dire così com’è – tristezza -
singola e senza aggettivi
come quando in cielo c’è un’unica stella
e la vedi arrendersi al vuoto che la stringe

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