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Nella cassa dei ricordi a volte questi mescolano il presente al passato e allora ci si accorge che nonostante anni e anni siano passati tutto rimane immutato. Mi sembra ieri che ho visto festeggiare fra i muri d’argilla di Siena l’operazione militare di Entebbe. Ne conservo un ricordo vivido forse perché per la prima volta ebbi la percezione di quanto il concetto che tracciava il confine tra sconfitta e vittoria, fra giusto e ingiusto fosse sottilmente intercambiabile. Era il 4 luglio del 1976. Sono passati più di trent’anni, i giovani di allora sono gli adulti di oggi, adulti che si avviano verso una vecchiaia in cui la pace sembra ancora non trovare nessuno sbocco – questa esaltazione di oggi è pericolosa almeno quanto la guerra- ricordo che dissi al mio ragazzo di allora, un ebreo-americano, per cui Israele era la Terra dei Padri, lontana da Manhattan almeno quanto lo era il mio piccolo paese dallo Stato d’Israele.
Era anche mia convinzione di allora e lo è anche adesso che mai e poi mai si potrà comprendere a pieno cosa significhi vivere in territori dove la guerra è vita quotidiana, capirne l’orrore di chi finisce col considerarlo “il vivere”, in me c’era solo, allora come c’è adesso, la certezza che l’unico obbiettivo su cui ci si potesse moralmente e civilmente concentrare era la pace.
Oggi sento questa esigenza nel modo più semplice ed è così che la scrivo perché sento l’oppressione di quanto questo desiderio, forse troppo ingenuo e detto così anche infantile, diventa giorno dopo giorno sempre più lontano dal realizzarsi. Lo scrivo sotto gli impulsi dei continui cortocircuiti che mi creano le terribili dualità dello stato delle cose per cui un giorno lo dedichiamo alla Shoah e il giorno successivo creiamo il caso Israele alla fiera del Libro, un giorno vogliamo che giustizia sia fatta e che la Palestina abbia finalmente la dignità di Stato e il suo territorio e il giorno successivo la disprezziamo, un giorno piangiamo l’orrore che provoca migliaia di morti in Kenia e il giorno successivo prendiamo le distanze dal ragazzo di colore che ci siede vicino, un giorno si manifesta per il popolo rom e il giorno seguente diciamo ai nostri figli di fare attenzione -perché quelli sono zingari e rapiscono i bambini-.
Sembra, questo nostro, più che un desiderio di pace, una voglia di lasciare le cose come stanno annullandole con posizioni che abbiano in sé entrambi i segni, quello positivo e quello negativo.
È questo dunque il nostro reale bisogno? Che gli ebrei d’Israele rimangano quelli dei lager, con le loro ossa, i numeri impressi nella carne? Che i Palestinesi rimangano i senza terra? Che in Africa, in Oriente regni sovrana la miseria? Che gli immigrati continuino a vivere nei loro ghetti fatiscenti? È dunque questo che vogliamo? Che ci sia fuori da noi un’immagine a contrasto che possa farci risplendere nei nostri salotti culturali? nelle nostre casette linde? Che possa farci scrivere ancora e indignare per poi sentirci buoni e nel giusto angolo della comune coscienza?
Non so, sono veramente confusa e mi convinco sempre più di essere presa nella morsa del dubbio che a manipolarmi ci sia un potere oscuro il cui unico intento sia tenermi quanto più possibile lontana dall’ unica risorsa a cui cerco di aggrapparmi: la ragione, l’unica che possa far chiarezza su cosa sia il Bene e cosa sia il Male. E per me il Bene è la pace e il Male è la guerra. E se un contributo, affinché l’una possa finalmente prevalere sull’altra , può essere dato dagli intellettuali ( e purtroppo ne dubito) questo dovrebbe mirare a riempire, saldare le fratture e non crearne altre appellandosi ai “forse”, ai “perché”, ai “ma”, appiccando piccoli fuochi di paglia che illuminino le loro gote, e destinati a spegnersi in fretta e di cui domani non si parlerà più.
Il crepitio di uno stecco secco non fermerà un solo proiettile.
Io vorrei l’incendio. Vorrei la reale spinta propulsiva che non sia “un pro e un contro”, ma “un verso”, un andare a senso unico verso l’acquisizione di un diritto sacrosanto di ogni individuo su questa terra: quello di vivere in pace e libero.
Qualche anno fa al Premio Internazionale Versilia, per il loro impegno nella ricerca di un’intesa delle loro terre furono premiate Manuela Dviri, israeliana e Suad Amiry, palestinese. In quello stesso anno le due giornaliste furono ospiti nel mio paese nell’ambito di una manifestazione culturale. La serata fu estremamente piacevole. Ascoltandole ebbi la netta sensazione di avere di fronte due donne che avevano ben chiari i loro obbiettivi: scrivere mirando entrambe sullo stesso punto, la pace.
Fissato nella mia memoria è rimasto lo scambio di battute fra le due giornaliste quando furono invitate a piantare un piccolo albero di limoni nel giardino dell’albergo dove si svolgeva l’evento, a simboleggiare una volontà di collaborazione e dialogo.
La Dviri quella sera era molto elegante nell’abito scollato e il grande scialle di seta color porpora e ai piedi calzava un paio di sandali con tacchi a spillo. Elegante era anche la Amiry che però indossava comodi pantaloni e scarpe basse. Al momento di scavare la buca, ovviamente la Dviri si trovò un po’ in difficoltà sui suoi tacchi alti, fu allora che la Amiry le andò in aiuto ridendo – se non ci fossimo noi palestinesi a darvi una mano!-
A lavoro concluso, divertite e soddisfatte, si rivolsero alla piccola folla che aveva assistito
- abbiatene cura – dissero.
Abbiatene cura.
Credo che questo sia veramente importante, prendersi cura di ogni piccolo seme, e non ridurre i popoli a voci di un libro contabile nelle mani di una cultura sempre più ombelicale, sempre più glamour, sempre più desiderosa di prime pagine e sempre più incapace di essere libera voce di se stessa e non strumento, più o meno inconsapevole, di un qualsivoglia potere politico, una cultura che rappresenta sempre meno perché sempre più distante dal reale, sempre più teorica e meno passionale e trascinante e concreta, e che paradossalmente sembra quasi temere di rimanere silenziosa orfana di… pace.
Il piccolo albero è lì, tenace, e anche la nostra paura della pace.