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Il breve testo che segue è stato scritto in collaborazione con Paola Lovisolo per Bombasicilia.
Edward Hopper e Mark Strand ritorneranno ancora nelle piccole cose che scrivo…e scriverò.

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È bastato così poco a spingermi oltre la coltre delle nubi
e mettermi in equilibrio sull’orlo del pensiero con un verso
ma in questo tempo di vetro
rigide sono rimaste le braccia, ferme le gambe come chiodi
e quando il buio si è chiuso in un unico fiore
avresti dovuto portare ago e filo per ricucirmi addosso un senso
e un altro nome

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Oggi e ieri e domani
uso ghirigori di parole per dirlo, sì l’amore, in questo modo strambo
dove le stelle diventano ruffiane
e l’amore dolce come il glicine, quando fiorisce.
Nello scenario di una qualsiasi ora, di un qualsiasi tempo
la mia è un’Arte del cuore, dell’anima, e del corpo
-amore- dico
e una goccia di sudore – è perla fra i tuoi seni-
e tu dimentichi che poi dopo l’amore, dopo il sesso
si resta nudi,senza braccia senza gambe, come vermi.
Io sono un artista, l’amore lo canto in un sonetto,
- Shall I compare thee to a summer’s day?…”*
endecasillabi ingialliti, tragici ma immortali.
E so farti sognare con una rima sciolta
disperata e postmoderna,
da masticare nella solitudine delle metropolitane
sotto le luci meste dei vagoni,
nell’abbandono che c’è nelle folate che corrono nel buio delle stazioni.
Io con un verso ti squinterno la realtà e i sogni
- amore ho gli occhi che mi bruciano a furia di cercarti- scrivo,
ed è una calcomania che al mattino, senza un perché, ti ritrovi sulla pelle
e credi che non possa andare mai più via.
Sì sono bravo con le parole,
passionale, ironico, irriverente
quasi perverso nel cercare nuovi suoni e nuove trame,
io non ho tempo per l’amore,
io scrivo l’amore e dell’amore.
E tu quando dici che mi ami sei mio complice
a fare sembrare vero questo gioco d’illusione breve.

*William Shakespeare – Sonetto XVIII

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Me ne sto qui seduto sul divano. Tutto è come sempre. La sedia è dove l’hai lasciata, qui vicino. A te piace appoggiarci i piedi scalzi mentre leggi quel libro che ti sta prendendo così tanto. Se infilassi la mano fra i cuscini sono sicuro che ci troverei qualche briciola dei biscotti al cioccolato che ami sgranocchiare dopo cena mentre leggi, e intanto ti tormenti il labbro.
C’è il posacenere sul tavolo basso. Read the rest of this entry »

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La finestra è solo il lembo smosso di una tenda,
apre un’ora di un sud solo presunto
l’altra finestra è il quadro, in cui fuori si dipinge il vento.
Ma è qui, nella stanza
che il mio corpo è il muscolo teso della luce del giorno
e la mia ombra la meridiana che misura il tempo
senza peso, estranea
come un consumarsi nell’aria di una sigaretta

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Philip Roth non è fra i miei autori preferiti. Ho sempre letto i suoi libri ripetendomi -è irritante – ma non sono mai riuscita a distaccarmene prima di essere giunta alla fine, e così è stato anche con “Patrimonio”.
Leggere Roth è un po’ come innamorarsi del tipo sbagliato, quello che ti fa soffrire, che spegne il telefono e sparisce per giorni, quello che ti tratta male e non sa dirti scusa, eppure tu sei lì ad accoglierlo ogni volta che ritorna e alla sua sfrontatezza non sai che opporre timidi balbettii. In qualche modo lo ami  e lo cerchi e non sai spiegarti perché. Read the rest of this entry »

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Nella cassa dei ricordi a volte questi mescolano il presente al passato e allora ci si accorge che nonostante anni e anni siano passati tutto rimane immutato. Mi sembra ieri che ho visto festeggiare fra i muri d’argilla di Siena l’operazione militare di Entebbe. Ne conservo un ricordo vivido forse perché per la prima volta ebbi la percezione di quanto il concetto che tracciava il confine tra sconfitta e vittoria, fra giusto e ingiusto fosse sottilmente intercambiabile. Read the rest of this entry »

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La notte si è chiusa intorno alle pareti della stanza, e
il buio è anche dentro gli occhi aperti.
Io cerco di seguirlo per addormentarmi.
Gianni mi ha detto stamattina che vorrebbe partire per New York in ottobre,
sì, gli ho detto, io vorrei ritornarci.
La stanza dell’hotel era piccola, non potevo fumare, ma io avevo lasciato la mia mano nella notte chiara di New York a consumare fumo nella pioggia. Sì,
solo la mia mano si era presa tutta la notte di New York… il resto era rimasto nella stanza.
Dovrei ritornarci in quella città e avere più coraggio.
Ho voglia di fumare.
La cucina ha odore di respiri e cibo lasciato dentro i piatti. Accendo la luce e colgo l’attimo in cui un piccolo ragno sguscia rapido sotto il tavolo.
Poi resta immobile,
ma non è che lui ha paura della notte e neanche di me.
È guardare le cose con una luce diversa, quello sì che fa paura. Cambiare il ricordo.
Me ne resto a fissare per un po’ il fumo inanellarsi nel biancore del neon.
Dovrei tornare in tanti posti, sì, dovrei farlo prima o poi.

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È un lampo, come quando ti stropicci gli occhi
ed è tempesta nelle vene della pelle,
sai oggi mi sono vista vecchia,
come se nella luce si fosse aperta un’altra luce
un flash, un’istantanea frapposta fra me e il tempo.
Mi sono riconosciuta appena nei lineamenti,
forse avevo un abito leggero, scuro e una treccia
ma ero io, nel lutto di me stessa
ero io, ma quasi trasparente
sul punto di svanire voltando le spalle al mondo
una vecchiabambina
che finalmente aveva smesso di crescere
e di cercare di capire e farsi capire.
Il punto di arrivo era lì ormai, dentro me stessa
nella curva dritta del collo a filo dei vetri,
nel non volere più guardare indietro,
né accanirmi ancora in questo gioco di parole
in cui alla fine nessuno vince
perché c’è sempre qualcosa d’inconcluso che resta
incastrato fra i denti come un residuo molesto
della vita che avrei voluto dire
.

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