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Mattino
Snoda il vento
mattino come fiocchi,
traduce terra.
Cuce capelli
sciolti sul cuscino,
come tempesta.
Le vesti calde
strappano da amanti,
luci sospese.
Su labbra secche
poggia dolce saliva,
candida calla.
Intesse reti
Imboccando fame e
giochi di specchi. Read the rest of this entry »
È mattino. Così, senza un’ora.
Scrivo -è mattino- guardando fuori. È mattino fuori,
e niente può cambiarlo.
Allora è facile scrivere è mattino,
con lo stesso inafferrabile senso del mattino e della sua trama larga
dove passa ogni cosa. Inizio a scrivere – è mattino-
con la sua stessa imprecisione e riporto la storia ad un mattino
che sia ora. Non mi chiedo se era mattino prima che io lo scrivessi,
è mattino ora che lo scrivo. È mattino in questa storia.
È mattino nella luce che batte sui vetri del palazzo di fronte.
È mattino ed è presto.
È mattino ed è presto nella luce che batte sui vetri,
nel mio pigiama a righe,
nella prima bestemmia del muratore che sta passando sotto casa mia.
È presto in questa ora di luce,
nel mio risveglio. È mattino nella bestemmia del muratore.
È mattino ora nella luce che gira.
È mattino senza sosta. È già mattino dentro l’alba dove io non c’ero.
E ti sto già mentendo quando scriverò ancora – è mattino- e via-via in questa storia.
ho un’àncora che mi tiene ad un passo dalle nubi,
sono un semi-dio
ho un accenno di ogni luogo nelle gambe
come un accordare d’orchestra,
una frenesia di suono
è lo sciamare delle parole a farmi invincibile
io, angelo di pezza,
di bla e bla lungo schiene di carta,
faccio la poesia alla poesia
la rivoluzione alla rivoluzione
vorticando come una pala di mulino nel vuoto
del tempo che gira intorno
senza misura, senza eroi
Ti guardi da lontano. Dove sei? Tu. Lui. Sulla panchina non sedete vicini. Fra voi ci sono trenta centimetri di pietra. Ruvida, fredda, impenetrabile. Da qui, dal dentro che si nasconde dietro la tua voce, trenta centimetri ti sembrano una distanza enorme, profonda. Sembra assorbire ogni tua parola. E la tua voce è un sedimento, sempre lo stesso che si ripete strato su strato. Ruvida, fredda, impenetrabile. Read the rest of this entry »
Ti arriva come se sapesse tutto di te
tutto, anche quello che non hai mai detto
quando ti metti con le gambe sul bracciolo del divano
e fuori la luce è un romanzo rosa che -avrà il solito finale-
e si scioglie come saccarina
appiccicata ai muri e non ti fa gola
-che venga la sera-dici
che venga adesso,
senza nervi, senza parodie di stelle
vuota e brutale,
sulle note di una ballad,
larga come un pullover vecchio
sulla tua pelle di nebbia
e tu lì, senza niente sotto i piedi, che aspetti quando Nancy,
con la tua faccia, riderà sui vetri.
La scena, se dovessi immaginarla, sarebbe questa:
noi due in una cucina,
le mattonelle bianche, l’odore di cipolla,
la pioggia che squinterna la terrazza,
io con il grembiule che penso ad un verso acerbo,
tu che forse lo troverai per caso, mentre fumi una Malboro,
e gli occhi che fanno da tenda ad una finestra
e in mezzo, il tempo,
un giorno senza calendario,
senza un’ora, senza un appuntamento,
io e te, ognuno nella messinscena di una vita,
tu il silenzio, ed io il silenzio,
in un interno già fuori dal presente
confusi in un’altra poesia, fuori dall’inquadratura,
e che rovescia i ruoli senza cambiare il futuro.
S. cammina lentamente.
Come se gustasse fino in fondo ogni passo. Appoggia i talloni
e il corpo s’inclina all’indietro.
S. ha il cervello bruciato dall’eroina
Quando m’incontra mi sorride sempre
e poi mi dice- tuttobene lisa? – altre -tuttobene lisa! -
credo che per lui fare domande o dire risposte sia la stessa cosa,
tuttobenelisa. Non dice altro.
E a me piace come lo scandisce
li-sa, lì proprio alla fine
come se fosse una parola con un senso preciso,
come gatto, piede, sasso e si potesse trovare nel dizionario
Quando S. lo dice, il mio nome mi sembra tondo, pieno
fatto di mia materia, sembra contento di averlo trovato
e lo tira fuori dalla bocca come un frutto da una tasca.
A volte però m’incrocia e mi guarda soltanto
è uno sguardo fisso che scivola giù nel vuoto, come gli occhi di un pupazzo
scivola lento, giù lungo un piano inclinato e ruvido, mi guarda e non dice niente.
È come se gli tornasse in mente un vecchio copione. È come me. Come gli altri.
Come tutti noi che usiamo i punti in modo giusto quando c’incontriamo,
e fingiamo di sapere già cosa sia un gatto, un piede, un sasso.
A volte vorrei avere una città dove stare. Una qualunque.
Immensa, un rebus di cemento. Una città rompicapo
che prema sulle mie tempie. Vorrei averla quando qui piove
ed è notte. Come oggi. Come ora. Gli aghi dei mille palazzi.
Il filo teso dell’asfalto. Un nodo che attanaglia dietro le finestre.
E la mia ombra che si frantuma nelle pozzanghere,
sotto le ruote delle macchine. Di questa pioggia ne farei
una poesia metropolitana, un tram che arriva al capolinea,
lo stesso rumore come se non ci fosse nessuna luce
d’aspettare né un buio da salvare. La farei dura, violenta,
senza respiro, amara e corrosiva. Come del sesso fatto in fretta,
e che si ribella, e stride quando tocca il fondo così tutti possono sentirla.
Le farei cantare come un ubriaco una canzone sconcia, e dire chissenefrega
con arroganza a chiunque si lamenti. E le farei urlare la solitudine
nelle luci delle vetrine. E sputare in terra tutta la rabbia
tutta la delusione. Invece sono qui che guardo il mare
e la pioggia impotente che finisce nel suo vuoto.
È vetro sottile che si rompe. È acqua nell’acqua
senza un malocchio da sciogliere, senza un suono che la maledica,
senza un tempo che la ricordi come era prima di svanire
e che neanche sa quanto mi somiglia
questa notte questa pioggia questa poesia










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