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                                                                                          (All’Isola)

Piume

Nelle città nuove
si arriva da sconosciuti
bambini implumi
nudi in una promessa di volo.
A sera il quadrato giallo di un lampione
si sfrangia negli ulivi
e fra le crepe dei vecchi muri.
Poi, nella bava di silenzio
S’ incide un segno largo sulla pelle.
Suoni. Voci.
Piume.

Sto camminando in una città che non è la mia. È strano che un pensiero così semplice venga lasciato andare sempre con noncuranza. Di solito ce ne liberiamo in fretta, così come facciamo di un’idea fastidiosa che non ci serve a nulla. È altro quello che vogliamo, allora ce ne allontaniamo allungando il nostro passo pesante. Noi abbiamo sempre quest’ansia di conquista che ci trascina via dal punto esatto dove nascono le emozioni.
Invece accade spesso che in questa situazione io mi senta addosso un senso di leggerezza. È un soffio che spinge verso l’alto e sembra sollevarmi per riportarmi ad un altro inizio. Il corpo prende un’altra forma, ridiventa un embrione a cui viene offerta l’opportunità di un’altra nascita. È come se la mia vecchia crosta si crepasse e dalla fenditura si liberasse una creatura alata.
La chiave di lettura del mondo si ricompone in una nuova combinazione. La vista fa una pausa. Un attimo prima sono cieca, un attimo dopo, in un lampo, tutto esplode in un’ottica misteriosa e inesplorata. Scopro che sulle cose si è formata una intricata impalcatura, appigli invisibili, nuove altezze da cui mi sembra che io possa spiccare il volo verso qualsiasi orizzonte. Le sento per davvero quelle ali, ne sento il taglio fresco sulla schiena e ne sento la forza e mi prende il desiderio di andare a velocità folle incontro al vento, e scegliere di diventare la sua avventura. E ho dentro come una sensazione che tutto ciò a cui sto avvicinandomi possa spalancarsi di colpo, spogliarsi, e apparirmi in qualche modo diverso, ed io a mia volta apparire diversa al suo sguardo, allo sguardo degli altri.
Sono a Milano oggi.
Cammino, planando lentamente. Assaporo con tutti i sensi le curve delle strade, guardo gli angoli e le linee spezzarsi all’improvviso, per ricomporsi lontani, in un’altra prospettiva. Cammino con un infantile presentimento che tutto possa stravolgersi in un qualcosa che non mi aspetto di trovare lì e che invece al mio passare in quel momento, di quello schiudersi, io possa essere inspiegabilmente un testimone privilegiato.
Mi piace ritrovarmi fra queste strade che non sono quelle mie solite. Mi piace la possibilità che io possa perdere l’orientamento e che, svoltando a destra invece che a sinistra, io sia capace di entrare in un universo sconosciuto.
Milano non mi è del tutto estranea, tuttavia fra le sue vie mi accompagna sempre l’ipotesi dell’imprevisto, qualcosa che abbia la capacità in qualche modo cogliermi di sorpresa e piacevolmente impreparata.
Questa città racchiude tutto come in uno scrigno e ti consegna le chiavi ogni volta che ci ritorni. Puoi metterci dentro le mani, rovistare, accade anche che tu possa ferirti a furia di cercare, ma ogni volta non ti nega la possibilità di trovarti fra le dita piccole meraviglie che non avevi mai sospettato potesse possedere.
Che sia un volto tolto ai tanti fra la folla, un cortile intravisto da un portone prima che questi si richiuda con un tonfo lasciandoti solo immaginarne il suono nel frastuono del via-vai, che sia la sinuosità di un cancello e la curiosità che ti accende nel chiederti- chissà cosa protegge?- che sia la scritta di un graffito e il suo urlo d’ amore o di rabbia muto sul mondo, che sia perfino un’immagine pubblicitaria strappata e il suo brandello che pende lacerato, qui ho sempre l’impressione che la città voglia costringermi ad uno stato di allerta, che voglia scuotermi dal mio torpore, staccarmi dalla familiarità del mio modo di guardare tenendomi sulla corda, costringendo tutta me stessa all’attenzione.
C’è sole oggi a Milano. Ed è ancora inverno.
Le punte delle guglie grattano il cielo disciolto in un azzurro acquoso. Lo sfilacciano: è una seta stinta e strappata. -ne cadranno piccoli pezzi? qualche filo?- mi chiedo. E poi scopro che non sbaglio. Qui e là, in una sorta di miracolo, ne puoi ritrovare teneri frammenti raccolti in soffici batuffoli di viole del pensiero dei piccoli prati spiegazzati come vecchie coperte stese a prendere aria.
Il sole qui a Milano è come se avesse una distanza insolita per me che sono abituata allo sconquasso dei suoi riflessi liberi e incessanti sul mare, così come la potenza dei suoi raggi mi sembra ovattata, affievolita. La sua luce arriva sui tetti stremata come dopo un lungo viaggio. Non li aggredisce, li cerca per avere un po’ di riposo. Si stende molle e opaca sulle loro linee oblique restando in equilibrio tenendosi sempre un po’ aggrappata al cielo.
Oggi la luce ha una tonalità argentea, è soffusamente satinata e riveste la città con una veste di broccato. La città è raccolta in morbide pieghe. Le finestre occhieggiano come punte di spilli, fitte, conficcate con pazienza certosina dentro i mattoni. Sui colori austeri dei palazzi guizzano, palpitanti come vene, fugaci bagliori e il grigiore invernale si smorza negli improvvisi balenii che si agitano fra gli edifici.
I rami ancora secchi dei rampicanti si dipanano in arabeschi e ghirigori sugli intonaci, ricreando minuziosi disegni a china. Fantasiosi. Come le illustrazioni delle fiabe.
La luce oggi non incide la città in chiaroscuri netti ma serpeggia sui muri, striscia, arpeggia con le ringhiere, ciondola dalle terrazze, sbuca dalle traverse e si ferma in macchie pallide e lattiginose sull’asfalto nero.
Se il traffico potesse fermarsi per un attimo potrei saltare sui basalti giocando alla “settimana”. Sarei una bambina alata in una città che non è la mia, e nessuno saprebbe darmi un nome, ma stupito se ne starebbe a guardare. Forse con un sorriso.
Lu-nedì…salto…mar-tedì…salto…merco-ledì…
Invece sono io a fermarmi. O forse è la città che mi spinge a farlo. Io l’assecondo, perché ormai sono nel suo tessuto, come se fossi già parte del suo racconto. Stop.
Le luci rosse dei semafori mi schiacciano come un tasto sui marciapiedi. Mi accorgo allora che il vento sale dal basso. È un invisibile fiume d’aria che scorre sotterraneo e ad un tratto sguscia dalle sottili grate che interrompono il rigido nastro grigio delle strade. S’infila nelle scanalature dei binari e gioca inseguendo le scie ferrose dei tram, li rincorre come un impiegato in ritardo. Poi ad ogni sosta anche il vento si ferma in un respiro caldo e affannoso, per un attimo resta sospeso a mezz’aria. Accarezza le guance dei passanti, agita le gonne, poi ricade silenziosamente sulla terra. Quando i tram sono ormai lontani lento scivola nuovamente nelle sue viscere. Scompare, come assorbito dalla pelle di un animale il cui corpo è la città stessa, ma quella che vive nel buio, e la bestia è il suo lato oscuro.
Verde. Start. Allora la città ha un sussulto, poi soffice si riavvolge alle spalle e ti spinge. Sì, senti che ti riprende con sé. Ti riaggiusta i capelli scostando le ciocche rimaste appiccicate sui rossetti. Ricompone le gonne e si rimette in movimento sui suoi tacchi alti e col suo passo sicuro.
No, Milano non sta ferma. Si muove, e oggi mentre cammino per le vie del centro nel fruscio della sua veste pesante ed elegante, mi sembra di essere un granello trascinato dal suo orlo.
Non sono io a muovermi, è la città a imporre la direzione ai miei passi.
Potrei anche chiudere gli occhi, lei mi porterebbe con sé, io diventerei una piccola cosa impigliata nella sua trama.
Allora potrei sfiorare il suo corpo, e lei me lo lascerebbe fare, perché Milano vuole essere toccata come un amante. Sotto la sua veste freme e aspetta il calore della mia mano per guarire le sue piaghe. Milano vuole i miei occhi, vuole che essi sappiano cogliere la morbidezza dei suoi movimenti, vuole che le mie mani sappiano giungere al cuore della sua bellezza. Quella nascosta sotto il grigio degli sguardi distratti. Vuole che io la ami. Che ami lei e la sua danza.
Perché Milano come ogni città ha una sua musica ad accompagnarla. Non è mai la stessa. Cambia. A seconda dei suoi umori e dei suoi colori, la città vibra più o meno freneticamente e oggi, con questa luce, forse solo per me suona una sessione di free-jazz.
È il fantasma lieve di una vecchia signora nel suo abito severo che si lascia andare alle imperfezioni del mondo, ai suoi singhiozzi sincopati e li avvolge col suo tessuto prezioso.
La città è un’eterea entità che travolge e accoglie in egual misura. Si muove e di nascosto con le dita batte il tempo. Il suo cuore, sulle note di un sassofono, pompa minuzie di vita da raccogliere dalla polvere.
-Coltrane- mi dico camminando.

da Milanoanthology – Giulio Perrone Editore