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È solo un altro giorno che mi prende alle spalle
che impreca sulla notte ancora calda
dell’odore delle lenzuola.
Nel pout-puorri di polvere e legno di Montmartre,
sul suono della porta che si chiude, avanza un raggio di sole
- non c’è niente di romantico a Parigi -
Niente, nel rincorrere con lo sguardo
la distanza che penetra l’aria e quest’istante
senza che io possa fermarlo.
Niente, in questo spasmo di luce
che assedia il buio e me
senza pudore, senza un orgasmo.
Nel mattino presto
si apre tutta l’ invadenza della chiarezza:
stiro la mia camicia, ne spiano le pieghe
fino a farla diventare uguale al mare,
più tardi al bar parlerò con qualche amico
impiegherò poi del tempo nello studio della filosofia
leggerò da cima a fondo la posta del cuore
per trovare una conferma di tutte le teorie
e darò retta alla mia pelle,
alle radici delle tue mani che forano la carne
e ti trattengono dall’andare alla deriva
ma il mattino è sulle cose, mi dico,
perché di questa assenza
che tu mi chiedi, non c’è ombra di una definizione
e nella presunzione di questa luce
precipita dentro di me senza paracadute
e non c’è niente che possa salvarla
dalla durezza concreta della tua stessa assenza
Ci deve essere qualcosa nella mia voce
come un suono di rovina
di foglia d’acanto appassita senza storia
è una pausa
un sud del vuoto
che resta in bilico
e delude le parole come
l’ennesima promessa
che -questa è l’ultima Malboro-
ed ha la stessa nota del fra-intendimento
che interpreta il silenzio di questi versi
Ecco lo senti?
senti come ti fa rumore dentro
senti quel suono di bambino oscuro
che si piega sulle ginocchia
e se lo dici
è un aggettivo
che accumula la notte
l’abisso
e l’infinito
lo senti?
credi che sia il mare
ed è così teso
che taglia una ferita d’acqua
immobile
in te
che sei polvere di gesso
sottile
e ti fa un calco dentro
e tu lo senti
come un amore vuoto
che riempie tutto ciò che manca
in un’immagine di te
che si mantiene dritta
e si colora
La strada a quanto sembra si avvia
soddisfatta
verso l’ultima bestemmia della luce,
si ferma la mano del sesso nelle case
si fermano le ore, intrappolate
in un digiuno d’aria
-è finalmente notte -
e mi fa sorridere l’ostinazione di quest’estro
di starmene ancora un po’ dietro la finestra
a rifinire i contorni alle chiome degli alberi
spargere a terra minutaglie di foglie
pensare di essere io il vento
competere con le ombre dei lampioni
improvvisare un autunno con un verso
vincere anche la solitudine
che s’impadronisce della stanza
C’è stata quella volta che ce ne stavamo seduti sul divano blu
e lui prese a raccontare di quando salimmo su per la montagna. Ed tu lo ricordavi.
Ricordavi il ritmo del tuo cuore
che cercava di stare dietro ai vostri passi e all’euforia di essere lì, da soli.
La giornata era calda, ed era ottobre, e poi trovammo il posto. Fra gli spuntoni di roccia grigia,
ci stavamo appena in due,
seduti sulla terra umida d’ombra.
Gli alberi erano intorno, alcuni un po’ più su aggrappati e altri un po’ più giù,
altri ancora più lontani,
le chiome ancora gonfie, e rosse come ferite profonde
ancora aperte.
Tu sciogliesti i capelli e ti stendesti,
fu allora che tirò fuori dalla tasca quella poesia. Il foglio era stropicciato e aveva l’odore di tabacco. La lesse,
e tu lo ascoltasti guardando in alto
attraverso il fogliame fermo in un quasi silenzio.
E poi lui ti baciò, e tu togliesti i vestiti,
che scivolarono con una malinconia dolce, la stessa che sanno fare gli alberi nell’autunno,
e tu nuda, su quel pezzo di terra -sembravi una radice che cercava l’acqua- ti disse.
naturalmente poi non ci chiederemo
dov’è che abbiamo perso il peso di quel dirci a morsi
quando chiudendo gli occhi
la notte si staccava dalla notte delle altre notti
con la convinzione che quella
sarebbe stata la nostra rivolta alle tante parole dette.
È che arriva la sera,
con la stessa abitudine con cui si dice un arrivederci
a rimettere in ordine il moto dei pianeti,
e ad allinearlo ai corpi scollando le aderenze ai sensi
e a farli così leggeri
da lasciarci sempre andare vuoti come ombre.










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