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Sabbia. La lingua è sabbia. Che non è come dire che la tua bocca è secca. No, è la lingua a sembrare sgranata. Le papille, o di qualsiasi cosa si tratti, sono grani giganteschi che si muovono disordinatamente. Pesanti, frizionano l’uno contro l’altro al rallentatore. Cercano una compattezza che possa permettere ai suoni di uscire dalla gola. Pensi: S A L I V A. Ne cerchi la sorgente. Dove. Scorri le pagine del tuo sussidiario. Sì, qualcosa di semplice che ti possa dare una mano. SALIVA. GHIANDOLE SALIVARI. È tutto ciò che riesci a mettere a fuoco. C’era qualcosa che volevi dire. Ricordarlo forse potrebbe essere d’aiuto. Potresti trovare acqua e un punto di partenza. Perché anche se sei lì e dovrai restare ferma su una sedia devi comunque cercare un inizio, e di lì lasciare scorrere i tuoi passi e sperare di annullare la distanza.
Fogli. Hai i tuoi fogli. S’inchiodano però in un disordine che non hai voluto. Affiorano in una sequenza d’improvvisazione. Come mossi da un fremito d’autonomia si accavallano, giocano a nascondino con le tue mani nervose, ne senti il riso di scherno soffocato, ma non sai da dove proviene. Non hai tempo. Nella sala invece sembra infinito. Ti accorgi poi che il tempo sei tu, anche se hai dimenticato d’indossare le lancette.
Il silenzio è qualcosa da temere. Strano, pensi. È nel silenzio che di solito ti senti sempre al sicuro.
Poi si spezza. Un suono. Non avevi mai pensato che “spezzare il silenzio” si potesse avvertire fisicamente. Nello stomaco.
È che le parole scritte hanno sempre parlato una lingua silenziosa, ora che ci aggiungi il tuo suono sono un’altra cosa. – è voce?- ti chiedi- e se lo è, da dove arriva?-
Intanto ti sfogli. Le domande restano indietro, le riprenderai dopo per sapere chi eri e dove sei stata. Sfogli. Capisci che stai tagliandoti la pelle a poco a poco. Brandelli a terra. Forse ciò che cade non fa neanche rumore. Non sai decidere se è un bene o un male. Non sei sicura neanche che quello sia il tuo posto. Read the rest of this entry »
In un altro stupro del tempo, nella chimica di un altro luogo
io suonavo il sax
mi ubriacavo e liberavo il corpo e il suo suono
rimboccavo la notte a noi vivi ancora in cerca di una vita
la solitudine era un bebop
e quello che non c’era, era scritto nel palmo della mano.
All’alba chiudevo le cerniere con un scatto
che rimbalzava sull’ora di vetro dell’ultimo bicchiere.
In quello sputo di luce,
l’ultima nota
l’angustia della strada
e anche quel che restava del giorno
era un sogno fermo ad un semaforo rosso
Oggi c’è una luce incompresa socchiusa fra le nubi. Si muove
in un cielo stropicciato che non promette niente di buono.
Gli uccelli sono gocce in un volo all’incontrario. Gabbiani in cerchi lenti.
- Pioverà prima o poi – mi hai detto
- Prima o poi… – ti ho detto
Ed è già come se piovesse
mentre mi chiedo dove sia finito il tempo per vedere
se la pioggia arriverà veramente
Solo quando sarò vecchia,
vecchia di tutti gli anni che mi sono spettati, potrò parlare di questi posti.
La mia faccia sarà percorsa da sentieri sbrecciati dal tempo,
incisi come questa terra di roccia lo è dal vento.
Saranno viottoli in salita per dita dissolte o troppo stanche per andare,
e dalla mia pelle sottile,
quasi trasparente
trasuderà l’anima che ne avrò ricevuta:
avrà profumo di mare e di limoni.
Quando ne parlerò sarà iniziato già l’inverno,
avrò calze di lana pesante a coprire le gambe magre,
asciutte ormai da ogni tensione.
Sarò seduta su questa poltrona verde,
e la finestra sarà chiusa e le tende ben accostate
perché non avrò più bisogno di guardare
né per ricordare e né per dire.
Le luci saranno spente,
ci sarà buio e silenzio
e in quel silenzio la mia voce diventerà una strada.
Inizierà nel calore di un braciere,
nella cenere smossa nel gesto antico che ondula le zolle,
ci sarà lo sfrigolio delle bucce di mele e di arancia,
l’aroma dolciastro appiccicato alle pareti
e ci sarà una stanza
i grandi balconi, e leggere tende di lino bianco
aperte in un canto muto in ogni giorno di vento.
Ci saranno i suoni dei passi,
il picchè rosa che si gonfia in un salto
la nota cristallina della mattonella sconnessa,
la quinta da destra sulla quarta fila,
la stessa nota che stasera intona “Bye Bye Baby…”
con lo stesso cancro d’amore di allora.
Mi sembra di vederla mentre picchietta con le dita sulla tastiera ripetendo a fior di labbra ogni parola, lasciandole evaporare dalla sua boccuccia a cuore.
Ignora lei di essere a sua volta creatura sospesa pari alla Costiera, perchè il suo sguardo sembra essere quello di chi la Costiera l’ha sempre guardata da una certa distanza, in una inquadratura fatta col grandangolo.
D’altra parte come lasciarsi sfuggire una così ghiotta occasione: la tragedia che si consuma proprio quando questa terra dovrebbe mostrarsi benevola verso coloro che le hanno dato fiducia strappandola all’abbandono dell’inverno.
L’articolo di Lucia Annunziata pubblicato oggi in prima pagina su “La Stampa” ha un incipit da manuale. Poetico e torbido come un cuore bohemiene. Accattivante e solenne come la prima birra. Read the rest of this entry »
Accadeva in febbraio di solito. La cucina si trasformava in una specie di retrobottega di un mattatoio. Il maiale veniva portato lì dopo che l’ultima goccia di sangue fosse stillata dal suo corpo e, diviso in due adagiato sul tavolo di legno dopo essere stato anche scuoiato con cura.
Il liquido era raccolto in una bacinella. Era scuro, incredibilmente vivo, e rosso, come può essere rosso scuro e vivo il sangue a vederne tanto da riempire il recipiente fin quasi all’orlo. Era lì in un angolo, ancora caldo e schiumoso, in quelle stesse tinozze di plastica che ero abituato a vedere sulle terrazze colme del bucato in attesa di essere steso.
Una volta, pensando di non essere visto, era poco che sapevo scrivere le prime lettere sbilenche, ecco quella volta avevo fatto una piccola incisione sui bordi, E.M, per controllare quando febbraio sarebbe giunto che non fossero le stesse – che fai?- mi chiese la mamma quando mi sorprese – oh…niente, così… ho messo le mie iniziali – e sperai che non notasse la mia espressione un po’ colpevole. Read the rest of this entry »
L’ho letto oggi, quando il sole piagava il cielo ancora
e ti pensavo
sì, mentre leggevo di quella stella
e della sua agonia che dura il buio
in una specie d’eternità di vita
come se si fosse persa in uno spazio immenso
dove anche il finire finisce controsenso.
Tu restami così, lontano e obliquo, ed io a te
come una notizia in un raggio ultravioletto che non dà quasi malinconia
tu restami così, con sotto le tue dita anni e anni luce di universo
in una traccia, una misura che non sa contare
e io qui sulla terra, a far andare il tempo contromano.










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