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Voglio la faccia di tom waits
voglio i suoi cappelli e i suoi stessi occhi tristi
voglio il whisky della sua voce roca
e quando la stanza si perde in un’eclisse
voglio cantare come lui alla luna
che sono la tua prostituta
e voglio far mattina
nell’ultima fila di un cinema di periferia
prendermi come viene viene la parola fine
Voglio attaccarmi al telefono di notte
e dire ad uno sconosciuto che fuori
sta andando tutto storto
voglio mettermi di spalle ad un tramonto
e solo con la mia ombra raggiungere la sera
voglio le sue dita, una sigaretta
e l’ultimo tiro che brucia il buio
e voglio scrivere una canzone d’amore
una per ogni amore finito
una per ogni amore mancato
voglio saltare in una pozzanghera
e poi raccontare in giro
di aver visto il mondo
voglio salire sopra un ramo
mettermi in posa come un fiore
e voglio dimenticare il tempo
e quella che sono
ferma
come in una primavera -per sempre-
ferma
clic
la tenera follia di una natura morta
Non mi piace il giallo. È un colore che non indosserei mai. È un colore che aggredisce, sfacciato e prepotente. Ci portiamo addosso una sua idea di luce solo perché da bambini ci piaceva disegnare lune stelle e soli calcando strati e strati di pastelli gialli sopra il foglio, ma se dovessimo ritrovarli adesso di quelle luci astrali rimarrebbero solo grandi vuoti lasciati dall’innocenza dell’infanzia.
Se vado a ripescare nei miei ricordi c’è un solo vestito a righe gialle e blu. Avevo più o meno undici anni e il vestito mi era stato comprato in occasione della prima comunione di mia cugina. Di quell’abito ciò che mi rimane è il giallo che spegneva il blu, la sua invadente presenza sulla calma timida e discreta del blu. Il blu ero io, il giallo una forza oscura che voleva strapparmi agli angolini delle mille contraddittorietà dei miei tenebrosi undici anni. Read the rest of this entry »
Era un tramonto vero,
di quelli che i pittori arrossano di arancio e qualche sbuffo rosa e viola,
di quelli che i poeti usano per arrampicarsi sull’Olimpo. Noi eravamo lì,
seduti sul muretto, dando le spalle al campetto dove giocavano a tendersi le prime ombre.
Il mare ha avuto un ultimo fremito di colori, poi si è spento in un altro grigio,
che non era ancora quello della sera.
- E’ bello stare qui- lui ha detto ed io ho riso,
perché i ragazzi certe cose non le sanno dire, ma lui quella volta aveva detto proprio così.
Io ero felice abbastanza quanto mi bastava.
Guys don’t know how say some things Read the rest of this entry »
E a chi potrei dirlo se non a te
sì, che a volte è come se fossi
sullo sguardo poggiato ad una danza
che fa tutt’uno con un altro tramonto
appena sotto una minaccia di cielo
un ragtime fuori tempo
in ritardo
fra le mie gambe
ed io lì, i piedi nelle scarpe
fuori da ogni suono
lì, semplicemente un uso
buona solo se dal mare arriverà la pioggia
a far rumore sul mio ombrello
Il posto dove vivo adesso è quello dove vivevo allora, o quasi.
Mi sono sempre chiesta se gli abiti da sposa siano così ampi e voluminosi, gonfi come mongolfiere per seguire il sogno di librarsi su, in alto, seguendo il desiderio di cambiare luogo, di vivere altri spazi, o guardare con nuovi occhi quegli stessi che ti hanno visto crescere.
Il mio è stato un volo breve, ho sorvolato un breve rettilineo, un castello e tutto era già finito.
I paesi qui sono così vicini da confonderli, e sono così lontani radicati ognuno nella loro fiera identità, nelle tradizioni e nei loro santi venerati come dei o trattati a tu per tu come vecchi amici di famiglia.
I paesi sono semi caduti dalle mani di un dio messi nella pietra. Chiusi in una promessa. Eterni germogli. Li tiene insieme il filo delle loro storie. Read the rest of this entry »












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