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Non credo sarò mai capace di scrivere poesia
Lo penso ogni volta che dei poeti ne leggo i versi.
Immortali.
Universali.
A volte mi prende la voglia di tentare
ma poi mi accorgo che c’è qualcosa che mi manca.
Me ne manca il pallore
la malattia tenera delle mani
l’orlo di una vena.
È che la mia pelle assorbe il nero e lo fa sparire
in un nervo che si scopre
nel bianco sorriso del pazzo del paese
Il mio nome è ***** e abito al primo piano di un palazzo nel cuore del paese.
Il paese è così piccolo da non avere altro che un cuore
che batte più lento o più veloce secondo le stagioni.
Non so quando il mio nome sia diventato ****
di certo è che quando queste due sillabe divennero il suono a cui rispondevo
esse abitavano fra le pareti di un appartamento al quarto piano
fra le strade di un paese così piccolo che non aveva neanche il cuore.
Era una cellula,
aggrappata alla certezza semplice del mare
Il mare per tutti era solo il mare.
Non aveva un nome.
Ed è sempre lì, mentre noi ci ostiniamo inutilmente a gridare forte i nostri.


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